Beatrice aveva soltanto due anni. Per mesi ha vissuto fra violenze, umiliazioni e paura, fino alla morte, avvenuta nella notte tra l’8 e il 9 febbraio scorso. È una vicenda che continua ad assumere contorni sempre più drammatici quella della bambina trovata senza vita a Bordighera e al centro di un’inchiesta della Procura di Imperia che ha portato all’arresto della madre, Emanuela Aiello, e del suo compagno Manuel Iannuzzi.
Sabato mattina i carabinieri hanno eseguito nei confronti dell’uomo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Entrambi sono ora accusati di maltrattamenti aggravati dalla morte della minore, oltre che di omicidio preterintenzionale. Un aggravamento delle contestazioni che, secondo gli inquirenti, sarebbe supportato da un quadro probatorio definito particolarmente grave e solido.
Nel telefono cellulare di Iannuzzi, gli investigatori avrebbero trovato fotografie della bambina con il volto tumefatto e immagini che documenterebbero le conseguenze di presunti pestaggi. Tra i materiali acquisiti figura anche un video che gli inquirenti considerano emblematico del clima in cui la piccola viveva: Beatrice sarebbe stata costretta a fumare una sigaretta mentre gli adulti ridevano e lei piangeva disperata.
Nell’ordinanza firmata dal gip Massimiliano Botti si parla di «gravissimi indizi» e di comportamenti caratterizzati da «modalità atroci», da una «selvaggia intensità» delle percosse e dall’«indole crudele» degli aguzzini della bambina. «L’hanno percossa con schiaffi e pugni, insofferenti rispetto ai normali comportamenti e ai bisogni di una bimba di due anni». E ancora: «L’hanno strattonata per i capelli strappandole delle ciocche. Le sorelle hanno descritto il tremore che percorreva il corpo di Beatrice quando si avvicinava all’abitazione dell’indagato a Perinaldo e i pianti a cui si abbandonava per la paura che l’uomo le ispirava». Il gip conclude: «La selvaggia intensità e la frequenza delle percosse inflitte a Beatrice, l’omissione di qualunque richiesta di soccorso medico nonostante l’ingravescenza delle sue condizioni, talmente palese da essere chiaramente percepita da un estraneo al nucleo familiare e dalle piccole sorelle, per un ampio arco temporale, protratto almeno per l’intera giornata dell’8 febbraio 2026, rendevano prevedibile il decesso della bambina».
Il giudice scrive che, a partire dal novembre 2025, Manuel Iannuzzi ed Emanuela Aiello avrebbero «denigrato, minacciato, percosso e insultato le figlie di quest’ultima con frequenza pressoché quotidiana». Le altre due bambine, di 9 e 7 anni, sarebbero state inoltre lasciate spesso sole e in condizioni igieniche precarie.
Fondamentali per l’inchiesta si sono rivelate proprio le testimonianze delle sorelline maggiori di Beatrice, raccolte dopo il loro allontanamento dal nucleo familiare. In un primo momento le bambine avrebbero ripetuto la versione fornita dagli adulti, secondo cui la piccola sarebbe caduta dalle scale alcuni giorni prima del decesso. Successivamente, una volta inserite in un percorso protetto, hanno raccontato agli investigatori una realtà completamente diversa. Alle bambine sarebbe stato intimato di non raccontare quanto accaduto e di mentire sul soggiorno trascorso a Perinaldo.
Dai loro racconti emerge che Beatrice sarebbe stata male per molte ore senza ricevere cure adeguate: «Più la tenevi su e più la testa cadeva. Aveva tutto il corpo e le labbra viola», hanno riferito. Le sorelle avrebbero chiesto più volte agli adulti di portarla in ospedale, ma senza venire ascoltate. Le bambine hanno raccontato anche i tentativi fatti dagli adulti per cercare di rianimare Beatrice quando ormai le sue condizioni apparivano disperate. «Quella mattina per farla riprendere l’hanno tenuta sott’acqua, poi le hanno dato dello zucchero», hanno riferito ai carabinieri.
Secondo gli investigatori, la bambina non sarebbe morta nell’abitazione di Bordighera dove è stata successivamente trovata, ma nella casa di Manuel Iannuzzi a Perinaldo. Una circostanza che avrebbe dato origine a quello che la Procura considera un vero e proprio depistaggio. La mattina del 9 febbraio, il corpo della piccola, già deceduta nella notte, in una finestra compresa tra «la mezzanotte e le 2», sarebbe stato trasportato in auto, avvolto in una coperta, fino all’abitazione di Bordighera. Qui sarebbe stata inscenata una richiesta di soccorso. La madre, Manuela Aiello, aveva chiamato il 118 sostenendo che la figlia aveva difficoltà respiratorie. Fin dai primi momenti, però, qualcosa non ha convinto i soccorritori. Sul corpo della piccola erano visibili ecchimosi, lividi e lesioni, alcune delle quali non recenti. Elementi che hanno indotto il personale del 118 ad avvisare i carabinieri.
Gli accertamenti medico-legali hanno poi riscontrato che il decesso era avvenuto diverse ore prima della chiamata ai soccorsi. L’autopsia ha indicato come causa della morte un grave trauma cranico, associato ad altre lesioni riscontrate sul corpo.
La posizione della madre appare particolarmente grave anche perché, secondo l’accusa, avrebbe assistito alle violenze senza intervenire. Come spiegato dal procuratore Alberto Lari, la contestazione dei maltrattamenti aggravati dalla morte della minore comporta un quadro sanzionatorio persino più severo rispetto a quello dell’omicidio preterintenzionale.
L’inchiesta continua inoltre a riservare ulteriori sviluppi. Durante una perquisizione nel garage della famiglia Iannuzzi a Vallecrosia, i carabinieri hanno rinvenuto circa due chilogrammi di tritolo. Per questo motivo Franco Iannuzzi, padre di Manuel, è stato arrestato con l’accusa di detenzione di esplosivo.
Il quadro descritto dal gip che ha disposto la custodia in carcere per il 42enne parla di un uomo “dall’indole crudele, votata alla sopraffazione violenta del prossimo, dalla quale trae verosimilmente piacere”. A concorrere a questa descrizione ci sono le testimonianze rese agli inquirenti dalle sorelline di Bea, le piccole Gaia e Ginevra, spesso abbandonate in casa da sole mentre gli adulti uscivano. Le bambine erano testimoni di buona parte delle violenze che Aiello e Iannuzzi avrebbero riservato alla minore, e proprio il loro racconto ha permesso di definire la dinamica della morte.
Il giorno della morte e la “messinscena”
Nella ricostruzione degli inquirenti, la piccola non sarebbe morta a Bordighera, ma nella casa di Perinaldo dell’uomo. Qui le sorelline avrebbero visto Beatrice in condizioni disperate già dalla mattina dell’8: vomitava e “sputava carne”, aveva il corpo e le labbra viola.
La madre aveva quindi improvvisato “manovre di rianimazione” e anche il 42enne avrebbe partecipato mettendo Beatrice sotto la doccia e dandole acqua e zucchero. Dopo avrebbero fatto un tentativo di darle il biberon per poi metterla a dormire. Qui è morta durante la notte, in un orario stimato tra mezzanotte e le due.
La mattina successiva la madre si sarebbe accorta di quanto accaduto e dopo aver messo le figlie in auto, affidando il corpicino di Beatrice alla sorella maggiore, arriva a Bordighera, dove chiama il 118. Qui il medico tenta una rianimazione ma quasi subito è costretto a constatare il decesso. Fa anche un’altra cosa: nota lesioni giudicate incompatibili con la caduta dalle scale descritta dalla madre.
La corsa da un’abitazione all’altra e la descrizione dell’incidente domestico per la Procura sono una “messinscena” organizzata proprio da Iannuzzi e dalla madre delle bimbe.
Poco dopo, infatti, con l’arrivo degli esami autoptici si scoprirà la piccola è morta a causa di un “trauma cranico con emorragia sub-durale acuta”, mentre le foto ritrovate sui telefoni sequestrati durante le indagini racconteranno altri abusi.
Gli assassini della piccola Beatrice, deceduta a Bordighera, presentano i profili psicologici tipici dei casi di grave maltrattamento e omicidio in ambito familiare. Gli inquirenti hanno tracciato le dinamiche comportamentali dei due principali indagati: il compagno della madre (ritenuto l’esecutore materiale) e la madre stessa (accusata di complicità omissiva).
Manuel Iannuzzi (Compagno della Madre)
- Profilo del carnefice: Ha agito con una spiccata brutalità volta all’annientamento fisico e psicologico di una bambina di soli due anni. I comportamenti emersi – tra cui percosse ripetute e il costringere la bambina a fumare mentre gli adulti ridevano – indicano una totale mancanza di empatia e una forte imposizione di dominio e controllo sul più debole.
- Vessazione e crudeltà: Il quadro mostra una personalità narcisistica e antisociale, in cui la vittima viene deumanizzata e trattata come un oggetto di sfogo per la propria aggressività.
Manuela Aiello (Madre della vittima)
- Profilo di corresponsabilità: Secondo le indagini, la donna si è macchiata di complicità per omissione e concorso in maltrattamenti (inizialmente accusata di omicidio preterintenzionale).
- Sottomissione e dipendenza affettiva: Spesso, in contesti di violenza domestica, la madre presenta una forte dipendenza affettiva dal partner. Questo legame patologico e la paura di perdere la figura di riferimento possono portare a una sottomissione tale da accettare o ignorare le torture subite dai propri figli, anteponendo la relazione con il compagno all’istinto di protezione materno. Le testimonianze delle sorelle hanno documentato la sua inerzia di fronte alle grida e alle condizioni disperate della figlia.

