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Il caso Aurora Tila. I segnali psicopatologici di una relazione tossica.

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Teresa Colaiacovo - Il caso Aurora Tila. I segnali psicopatologici di una relazione tossica.

Ad Aurora, vittima di femminicidio, a Piacenza, la più giovane, in Europa, presto sarà dedicata una Associazione “La luce di Aurora”. Aveva 13 anni, quando è precipitata dal settimo piano del condominio in cui viveva con la mamma, signora Morena Corbellini. Per i Magistrati, ma anche per la sua famiglia, per le amiche, l’autore del delitto sarebbe un 16enne (la mamma della ragazzina dice di non chiamarlo fidanzatino, era solo la prima illusione) e di cui Aurora forse era innamorata, all’inizio, ma dal quale aveva poi ripetutamente preso le distanze, che il ragazzo non accettava.

Secondo gli investigatori, Aurora si sarebbe aggrappata alla ringhiera e avrebbe cercato di resistere. Lui le avrebbe massacrato le mani per farle perdere la presa. Mentre lottava, l’hanno sentita gridare: “Perché mi fai questo, io ti amo”. “Altro che amore, era solo l’estremo tentativo di salvarsi” – dice la mamma. L’allora quindicenne, oggi è in un carcere minorile. Su di lui - che si è sempre professato innocente - pesa la testimonianza di un compagno di cella al quale avrebbe confidato: “L’ho spinta io”.

Ad Aurora, vittima di femminicidio, a Piacenza, la più giovane, in Europa, presto sarà dedicata una Associazione “La luce di Aurora”. Aveva 13 anni, quando è precipitata dal settimo piano del condominio in cui viveva con la mamma, signora Morena Corbellini. Per i Magistrati, ma anche per la sua famiglia, per le amiche, l’autore del delitto sarebbe un 16enne (la mamma della ragazzina dice di non chiamarlo fidanzatino, era solo la prima illusione) e di cui Aurora forse era innamorata, all’inizio, ma dal quale aveva poi ripetutamente preso le distanze, che il ragazzo non accettava.

Secondo gli investigatori, Aurora si sarebbe aggrappata alla ringhiera e avrebbe cercato di resistere. Lui le avrebbe massacrato le mani per farle perdere la presa. Mentre lottava, l’hanno sentita gridare: “Perché mi fai questo, io ti amo”. “Altro che amore, era solo l’estremo tentativo di salvarsi” – dice la mamma. L’allora quindicenne, oggi è in un carcere minorile. Su di lui - che si è sempre professato innocente.


Per mesi aveva sostenuto che Aurora Tila si fosse tolta la vita. Ora, durante il processo d’appello, è arrivata la confessione. L’ex fidanzato della tredicenne ha ammesso di averla uccisa, gettandola dal balcone del palazzo in cui viveva.

Per la famiglia della vittima, però, quella confessione non cambia il quadro processuale. «Abbiamo ascoltato e preso atto di qualcosa che, in realtà, già sapevamo», ha dichiarato l’avvocato Emilio Malaspina, legale della madre di Aurora Tila. «Si tratta di una confessione arrivata con molto ritardo e sarà la Corte a valutarne il pesonel corso della discussione». Secondo il legale, «se questa confessione dovesse servire a ottenere una riduzione della pena di tre o quattro anni, riteniamo che sarebbe poco corretto».

Anche se il giovane aveva sempre sostenuto che si fosse trattato di un gesto volontario, la sua ricostruzione, fin dall’inizio, non aveva convinto gli investigatori. Le indagini hanno ripercorso una relazione durata alcuni mesi e conclusa proprio per il comportamento possessivo del ragazzo. Nelle chat con le amiche, Aurora Tila raccontava di sentirsi perseguitata, parlava di pedinamenti e aveva persino chiesto consiglio all’intelligenza artificiale su come comportarsi con l’ex fidanzato. È stata decisiva anche la testimonianza di una persona che riferì di aver visto la tredicenne aggrappata alla balaustra mentre il ragazzo le colpiva le mani, facendola precipitare dal settimo piano.

Nel processo di primo grado, inoltre, un ex compagno di cella dell’imputato raccontò che il giovane gli avrebbe confidato di avere spinto la ragazza. Il tribunale per i minorenni di Bologna lo ha quindi condannato per omicidio volontario aggravato dallo stalking, dalla minore età della vittima e dal legame affettivo.

Già nei giorni successivi alla morte di Aurora, la sorella maggiore Viktoria aveva respinto con forza l’ipotesi del suicidio. Sui social aveva scritto: «Buttatelo nell’ultimo buco e gettate la chiave», «Non starò mai in silenzio» e «No al killer a piede libero». In un’intervista rilasciata allora, aveva raccontato che Aurora «aveva paura dell’ex fidanzato» e che esistevano «gli screenshot delle chat in cui Aurora scrive che aveva paura di lui». La tredicenne, aveva spiegato, lo definiva «immaturo e pazzo» e le aveva confidato episodi di gelosia e violenza.

Secondo il racconto della sorella, il ragazzo «l’ha picchiata, trascinata fino al settimo piano e buttata giù. Dopo di che è andato al bar di sotto, si è lavato le mani e ha chiamato il 118, dicendo che si era suicidata». Viktoria aveva inoltre ricordato come il giovane si presentasse spesso a casa o a scuola per incontrare Aurora, le strappasse il telefono per gelosia e le avesse dato anche uno schiaffo.

Il processo d’appello riprenderà il 10 settembre, dopo il rinvio disposto dalla Corte in attesa di acquisire una relazione sul comportamento del ragazzo nell’istituto penitenziario. La famiglia di Aurora continua a chiedere che venga confermata la condanna di primo grado, «una pena che consideriamo congrua», ha ribadito l’avvocato Malaspina. «Se dovesse esserci uno sconto di pena, non dovrebbe certo essere motivato da una confessione arrivata anni dopo, per di più dopo aver presentato appello chiedendo l’assoluzione per non aver commesso il fatto. Altrimenti, diventerebbe una pagliacciata».

La separazione è un evento traumatico che può scatenare una crisi di identità e il pericolo percepito di perdita di controllo nel partner, autore di violenza. La frustrazione, il senso di abbandono e la paura della solitudine sono potenti fattori emotivi che alimentano la spirale di vendette. L’autore, spesso utilizza distorsioni cognitive: giustifica l’aggressione come atto di “riparazione”o “restituzione” di ciò che crede perso. Le vittime sperimentano confusione emotiva, senso di colpa e autosvalutazione, elementi che riducono la capacità di allontanarsi o di chiedere aiuto con efficacia. La prevenzione psicologica deve puntare a riconoscere tempestivamente segnali di rischio e a rafforzare l’autonomia emotiva e il supporto sociale delle vittime.

I SEGNALI PSICOPATOLOGICI DEL FIDANZATO DI AURORA TILS

Dinamiche emotive tossiche

L’odio è alimentato da paure di abbandono, gelosia estrema, senso di inadeguatezza e panico da perdite che si intrecciano con meccanismi di manipolazione e controllo.

Processo di escalation

Da frustrazione ed aggressività verbale, l’evoluzione può condurre alla violenza estrema, segnando la fase finale di un percorso di dominio e annientamento.

Controllo ossessivo e dominanza

Il femminicida manifesta un desiderio compulso di possesso e controllo, temendo di perdere la autorità su partner o ex.

Manifestazioni di odio ritualizzato

L’odio si concretizza in sentimenti di rabbia profonda, rancore, umiliazione e in pensieri ossessivi che pontificano la vendetta. Distorsioni cognitive

Il femminicida giustifica la violenza come “riparazione di un torto” o come difesa della propria autostima, alimentando una spirale di dissonanza cognitiva.

Stalking

Comportamenti persecutori e intrusivi ripetuti e non desiderati (pedinamenti, minacce, controllo, contatti ossessivi). L’obiettivo è di generare ansia, paura e senso di vulnerabilità nella vittima, compromettendo il benessere psicologico e la qualità della sua vita.

Principali manifestazioni

Comunicazioni ossessive (telefonate, messaggi), sorveglianza, intrusioni nella privacy, minacce dirette o indirette, compromissione del benessere psicologico, alterazioni dello stato affettivo, cambiamenti nelle abitudini quotidiane.

Il cacciavite: prova materiale e simbolica

Il cacciavite, arma impropria, portato dall’imputato all’incontro con Aurora, emerge come strumento scelto e nascosto, segno di razionalità criminosa. Programmazione consapevole e lucida, scelta dell’arma impropria (cacciavite) prima dell’incontro. Questo dettaglio rafforza la premeditazione e dimostra la volontà di compiere l’atto con strumenti nascosti e pianificati.

Il baciamano: ritualizzazione del dominio e simbolismo del controllo

L’imputato afferra la mano di Aurora e compie il gesto del baciamano, con violenza simbolica di possesso. Tale gesto agisce come rituale di controllo affettivo, ingannando la vittima e riducendo la resistenza. Questo rafforza l’ipotesi di ritualizzazione premeditata in cui ogni dettaglio è studiato per dominare la vittima. L’intera successione di comportamenti indica un progetto pianificato (posizionamento, contatto, rituale, direzione). Dopo il baciamano, l’ex fidanzato fa un cenno del capo verso l’ascensore. Aurora risponde prontamente premendo il pulsante. Questo indica un controllo implicito e profondamente interiorizzato da Aurora che agisce senza esitazione (condizionamento psicologico).

Controllo del setting

Ascensore e soffitta come ambienti isolati e privi di vie di fuga. Azione lucida e senza impulsi emotivi incontrollati. Ogni gesto rivela una pianificazione coerente con il dolo d’impeto razionale, non con la impulsività. Spinta dal balcone, Aurora si aggrappa disperatamente alla ringhiera. L’imputato colpisce ripetutamente le sue mani, fino a farla precipitare. Con lucidità, volontà omicida, esito crescendo di violenza psicologica.

Incalzata dalle domande della ragazza,l’intelligenza artificiale le aveva fornito anche alcuni consigli: «Ricorda che ci sono persone intorno a te che possono sostenerti in questo momento difficile. Parla con un adulto di cui ti fidi e fai il passo per liberarti da una situazione che ti sta facendo del male. Se hai paura delle sue reazioni, non affrontarlo da sola. Se ti senti in pericolo, chiedi aiuto. Se ti minaccia o cerca di ricattarti con quello che avete fatto, parlane subito con un adulto. Bloccalo sui social. Se hai bisogno di aiuto, puoi rivolgerti ai centri antiviolenza o a chi si occupa della protezione dei minori».

Aurora si affida nuovamente ai consigli dell’intelligenza artificiale: «Come si fa a distinguere un amore vero da uno tossico?». Lapidaria la risposta: «Distinguere tra un amore vero e uno tossico può essere difficile, ma ci sono alcuni segnali chiave che possono aiutarti a capire la differenza. Amore vero: rispetto e fiducia, supporto e crescita, comunicazione sana, uguaglianza e equità, sentirsi al sicuro. Amore tossico: controllo e gelosia, manipolazione e coazione, critiche costanti e disprezzo, comunicazione distruttiva, sentirsi inferiore. (…) Se riconosci alcuni di questi segni nella tua relazione, potrebbe essere utile riflettere su come ti senti e considerare di parlare con un terapeuta o un consulente per esplorare ulteriormente la situazione. La tua salute emotiva e il tuo benessere sono essenziali, e meriti una relazione che ti faccia sentire amato e rispettato».

 

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