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Il profilo psicologico del ragazzo che ha accoltellato Chiara Mocchi

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Teresa Colaiacovo - Il profilo psicologico del ragazzo che ha accoltellato Chiara Mocchi

Va detto che in infanzia la pulsione distruttiva si rivolge sempre alla sfera genitoriale oppure all’ambiente intrafamiliare. Ciò dipende dal fatto che in infanzia il bambino si identifica con il genitore, individuando, in altre parole, il proprio sé nel corpo dei genitori. È per questo che le paure dei bambini riguardano principalmente la sopravvivenza del genitore. In adolescenza invece il sé si identifica e si colloca sul corpo ed è per questo che per l’adolescente le angosce riguardano principalmente e inizialmente la propria salute e la propria immagine corporea.

In entrambe le fasi dello sviluppo, tuttavia, osserviamo l’attacco aggressivo all’oggetto Sé che ha lo scopo di superarne i limiti. Questa tendenza sembra evidenziare un atteggiamento che potrebbe sembrare oppositivo/provocatorio ma in realtà esprime un bisogno di ampliare il proprio mondo relazionale e le proprie competenze. L’adolescente sperimenta la capacità di vivere anche al di là del perimetro delineato dal mondo intrafamiliare, ma potrà farlo solo acquisendo un certo grado di separatezza dai genitori. Gli aspetti distruttivi si rivolgono pertanto al mondo esterno, extrafamiliare, al mondo degli estranei.

Il primo passaggio importante dell’adolescenza che rappresenta il primo incontro con l’estraneo consiste nell’integrazione del corpo sessuato in quanto il passaggio pubertario conferisce all’adolescente un’immagine di sé nuova, estranea (Laufer E. 1986). Il riconoscimento della propria sessualità rappresenta, per questo motivo, il primo impatto con un mondo sentito inizialmente come sconosciuto. I confini di un Io che prima era identificato nel mondo genitoriale ed intrafamiliare, adesso sono i confini da identificare nel proprio corpo. Il primo momento critico in adolescenza consiste quindi nell’integrazione di quel senso di estraneità suscitato dall’emergente nuova sensorialità post-pubertaria e nel riconoscimento quindi di un sé definito dalla corporeità.

Posto quindi, per quanto detto sopra, che l’integrazione in generale si fondi sulla separatezza dall’oggetto e sul rispecchiamento attraverso cui l’oggetto restituisce al soggetto un’immagine di Sé, possiamo capire perché affinchè l’adolescente possa accettare la propria identità sia necessario avere acquisito un certo grado di separatezza dal genitore. Anche in adolescenza sarà quindi importante tollerare, tanto per i genitori che per i figli, i sentimenti di rabbia, di ribellione, di rifiuto reciproco, di allontanamento e riavvicinamento. Questa realtà rivela un’imprescindibile ambivalenza per effetto da un lato del bisogno dell’adolescente di sognare un’immagine di sé ideale, inattaccabile ed invincibile, che possa fare a meno dell’aiuto del genitore, e dall’altro del bisogno di ricongiungersi ad esso, per un senso di colpa latente.

L’odio in adolescenza si rivolge al corpo, adesso sessuato, colpevole di avere compromesso il legame d’amore con i genitori e di aver compromesso il senso di onnipotenza infantile. L’adolescente se da un lato lotta per la conquista della propria autonomia, dall’altro teme per le conseguenze dell’essere autonomo dopo la separazione. L’angoscia adolescenziale si condensa nel sentimento di perdita di quell’amore genitoriale totale, che includeva anche la sessualità del bambino. Adesso l’adolescente dovrà investire il mondo extrafamiliare e ad esso dovrà rivolgere la richiesta di contenimento. I movimenti distruttivi in adolescenza saranno rivolti pertanto tanto al proprio corpo quanto ad oggetti identificati nel mondo extrafamiliare come oggetti che curano (corsivo mio), e vissuti come prolungamenti narcisistici.

Sembra essere determinante tuttavia, in relazione al tema affrontato in questo lavoro, che questi oggetti siano costituiti da un corpo sensoriale, un corpo sensiente che cambia in funzione di percezioni soggettive. Quando la relazione si fonda su un livello emotivo e corporeo allo stesso tempo, in cui avviene un incontro tra i sentimenti del bambino e le risposte emotive e corpopree allo stesso tempo da parte dei genitori, il legame può stabilirsi a livelli più profondi. Quando la richiesta di contenimento viene affidata invece ad oggetti inanimati, che assolvono alla funzione materna, osserviamo all’origine di relazioni oggettuali in cui il soddisfacimento proviene dal rapporto, seppur emotivo, a-corporeo. La relazione anaffettiva stabilita con oggetti non compassionevoli (Thanopulos S., 2020) genera rapporti fondati sull’illusione che l’angoscia possa essere contenuta attraverso il possesso e dal controllo di un oggetto concreto anche senza la comunicazione emotiva.

Lo sviluppo tecnologico e l’esplosione del mondo dei social e delle relazioni on-line, sembra consentire all’adolescente di alimentare quell’illusione attraverso l’estensione della propria identità per appoggio di parti del sé su oggetti materiali come strumenti tecnologici, smartphone, playstation, per finire all’immagine social. In questi casi la costituzione del Sé dell’adolescente prima e dell’adulto poi non è frutto di scambi emotivi e questo corrisponde probabilmente ad un impoverimento del mondo interno del soggetto che non riceve mai risposte emotive dall’ambiente. Forse la crescente crisi delle capacità empatiche nelle relazioni, dipende proprio da una difficoltà a connettersi con i sentimenti dell’altro.

La non integrazione di vissuti non pensabili e quindi non comunicabili è testimoniata dall’impossibilità di questi adolescenti a tollerare sentimenti di perdita e di separazioni dall’oggetto amato intendendo con il termine amato un oggetto dal quale non ci si può separare. La separazione dall’oggetto è vissuta da questi adolescenti come separazione da una parte corporea del sé. Queste parti di sé identificate nell’oggetto inanimato assumono la valenza di prolungamenti narcisistici, per cui la separazione da esse è avvertita come perdita di una parte del proprio corpo, una sensazione impossibile da tollerare. In questi casi, l’agito violento può essere rivolto all’oggetto, sotto le varie forme di autolesionismo (aggressività autodiretta), oppure a chi minaccia questo legame, sotto forma di condotte violente (aggressività eterodiretta).

In definitiva mentre la realtà comunica, implicitamente ed in maniera latente, la limitatezza dell’esperienza e la fallibilità del corpo sessuato, il mondo virtuale implicitamente e latentemente propone l’opposto: l’illimitatezza della esperienza, a causa dell’abbattimento del concetto di tempo; l’illusione di poter far fronte alle trasformazioni corporee, attraverso le app che modificano l’aspetto fisico; l’illusione di poter vivere un sentimento provocandolo volontariamente, attraverso lo sviluppo di simulatori virtuali grazie ai quali è possibile vivere esperienze interattive, la serie di successo Black Mirror ne è un esempio.

L’interiorizzazione dei confini dell’oggetto, e di conseguenza il limite della relazione, configurerebbe invece i confini del sé favorendo il processo di simbolizzazione del conflitto. Di contro l’impossibilità di interiorizzare il limite non consente la possibilità di simbolizzare il conflitto che sfocia pertanto nella concretezza. L’attacco distruttivo concreto sembra avere ricadute che spesso si manifestano a livello sociale ed è quindi disfunzionale alla sopravvivenza dell’oggetto ed è pertanto indice di funzionamenti patologici.


Va detto che in infanzia la pulsione distruttiva si rivolge sempre alla sfera genitoriale oppure all’ambiente intrafamiliare. Ciò dipende dal fatto che in infanzia il bambino si identifica con il genitore, individuando, in altre parole, il proprio sé nel corpo dei genitori. È per questo che le paure dei bambini riguardano principalmente la sopravvivenza del genitore. In adolescenza invece il sé si identifica e si colloca sul corpo ed è per questo che per l’adolescente le angosce riguardano principalmente e inizialmente la propria salute e la propria immagine corporea.

In entrambe le fasi dello sviluppo, tuttavia, osserviamo l’attacco aggressivo all’oggetto Sé che ha lo scopo di superarne i limiti. Questa tendenza sembra evidenziare un atteggiamento che potrebbe sembrare oppositivo/provocatorio ma in realtà esprime un bisogno di ampliare il proprio mondo relazionale e le proprie competenze. L’adolescente sperimenta la capacità di vivere anche al di là del perimetro delineato dal mondo intrafamiliare, ma potrà farlo solo acquisendo un certo grado di separatezza dai genitori. Gli aspetti distruttivi si rivolgono pertanto al mondo esterno, extrafamiliare, al mondo degli estranei.

Il primo passaggio importante dell’adolescenza che rappresenta il primo incontro con l’estraneo consiste nell’integrazione del corpo sessuato in quanto il passaggio pubertario conferisce all’adolescente un’immagine di sé nuova, estranea (Laufer E. 1986). Il riconoscimento della propria sessualità rappresenta, per questo motivo, il primo impatto con un mondo sentito inizialmente come sconosciuto. I confini di un Io che prima era identificato nel mondo genitoriale ed intrafamiliare, adesso sono i confini da identificare nel proprio corpo. Il primo momento critico in adolescenza consiste quindi nell’integrazione di quel senso di estraneità suscitato dall’emergente nuova sensorialità post-pubertaria e nel riconoscimento quindi di un sé definito dalla corporeità.

Posto quindi, per quanto detto sopra, che l’integrazione in generale si fondi sulla separatezza dall’oggetto e sul rispecchiamento attraverso cui l’oggetto restituisce al soggetto un’immagine di Sé, possiamo capire perché affinchè l’adolescente possa accettare la propria identità sia necessario avere acquisito un certo grado di separatezza dal genitore. Anche in adolescenza sarà quindi importante tollerare, tanto per i genitori che per i figli, i sentimenti di rabbia, di ribellione, di rifiuto reciproco, di allontanamento e riavvicinamento. Questa realtà rivela un’imprescindibile ambivalenza per effetto da un lato del bisogno dell’adolescente di sognare un’immagine di sé ideale, inattaccabile ed invincibile, che possa fare a meno dell’aiuto del genitore, e dall’altro del bisogno di ricongiungersi ad esso, per un senso di colpa latente.

L’odio in adolescenza si rivolge al corpo, adesso sessuato, colpevole di avere compromesso il legame d’amore con i genitori e di aver compromesso il senso di onnipotenza infantile. L’adolescente se da un lato lotta per la conquista della propria autonomia, dall’altro teme per le conseguenze dell’essere autonomo dopo la separazione. L’angoscia adolescenziale si condensa nel sentimento di perdita di quell’amore genitoriale totale, che includeva anche la sessualità del bambino. Adesso l’adolescente dovrà investire il mondo extrafamiliare e ad esso dovrà rivolgere la richiesta di contenimento. I movimenti distruttivi in adolescenza saranno rivolti pertanto tanto al proprio corpo quanto ad oggetti identificati nel mondo extrafamiliare come oggetti che curano (corsivo mio), e vissuti come prolungamenti narcisistici.

Sembra essere determinante tuttavia, in relazione al tema affrontato in questo lavoro, che questi oggetti siano costituiti da un corpo sensoriale, un corpo sensiente che cambia in funzione di percezioni soggettive. Quando la relazione si fonda su un livello emotivo e corporeo allo stesso tempo, in cui avviene un incontro tra i sentimenti del bambino e le risposte emotive e corpopree allo stesso tempo da parte dei genitori, il legame può stabilirsi a livelli più profondi. Quando la richiesta di contenimento viene affidata invece ad oggetti inanimati, che assolvono alla funzione materna, osserviamo all’origine di relazioni oggettuali in cui il soddisfacimento proviene dal rapporto, seppur emotivo, a-corporeo. La relazione anaffettiva stabilita con oggetti non compassionevoli (Thanopulos S., 2020) genera rapporti fondati sull’illusione che l’angoscia possa essere contenuta attraverso il possesso e dal controllo di un oggetto concreto anche senza la comunicazione emotiva.

Lo sviluppo tecnologico e l’esplosione del mondo dei social e delle relazioni on-line, sembra consentire all’adolescente di alimentare quell’illusione attraverso l’estensione della propria identità per appoggio di parti del sé su oggetti materiali come strumenti tecnologici, smartphone, playstation, per finire all’immagine social. In questi casi la costituzione del Sé dell’adolescente prima e dell’adulto poi non è frutto di scambi emotivi e questo corrisponde probabilmente ad un impoverimento del mondo interno del soggetto che non riceve mai risposte emotive dall’ambiente. Forse la crescente crisi delle capacità empatiche nelle relazioni, dipende proprio da una difficoltà a connettersi con i sentimenti dell’altro.

La non integrazione di vissuti non pensabili e quindi non comunicabili è testimoniata dall’impossibilità di questi adolescenti a tollerare sentimenti di perdita e di separazioni dall’oggetto amato intendendo con il termine amato un oggetto dal quale non ci si può separare. La separazione dall’oggetto è vissuta da questi adolescenti come separazione da una parte corporea del sé. Queste parti di sé identificate nell’oggetto inanimato assumono la valenza di prolungamenti narcisistici, per cui la separazione da esse è avvertita come perdita di una parte del proprio corpo, una sensazione impossibile da tollerare. In questi casi, l’agito violento può essere rivolto all’oggetto, sotto le varie forme di autolesionismo (aggressività autodiretta), oppure a chi minaccia questo legame, sotto forma di condotte violente (aggressività eterodiretta).

In definitiva mentre la realtà comunica, implicitamente ed in maniera latente, la limitatezza dell’esperienza e la fallibilità del corpo sessuato, il mondo virtuale implicitamente e latentemente propone l’opposto: l’illimitatezza della esperienza, a causa dell’abbattimento del concetto di tempo; l’illusione di poter far fronte alle trasformazioni corporee, attraverso le app che modificano l’aspetto fisico; l’illusione di poter vivere un sentimento provocandolo volontariamente, attraverso lo sviluppo di simulatori virtuali grazie ai quali è possibile vivere esperienze interattive, la serie di successo Black Mirror ne è un esempio.

L’interiorizzazione dei confini dell’oggetto, e di conseguenza il limite della relazione, configurerebbe invece i confini del sé favorendo il processo di simbolizzazione del conflitto. Di contro l’impossibilità di interiorizzare il limite non consente la possibilità di simbolizzare il conflitto che sfocia pertanto nella concretezza. L’attacco distruttivo concreto sembra avere ricadute che spesso si manifestano a livello sociale ed è quindi disfunzionale alla sopravvivenza dell’oggetto ed è pertanto indice di funzionamenti patologici.


L’attacco filmato e trasmesso in streaming su Telegram, ovvero la stessa inquietante platealità dei terroristi dell’Isis, di Brenton Tarrant lo stragista di Christchurch, di Ezekiel Kelly il “lupo solitario” di Memphis. Però qui bisogna immaginarsi un ragazzino tredicenne, il volto imberbe da angioletto senza macchia.Che per assurgere a spietato vendicatore delle sue ossessioni - un pugno di voti insufficienti e piccole beghe tra compagni - si trasforma in una specie di soldato di Call of Duty in missione a scuola. Giorgio, lo chiameremo così, con un nome di fantasia.

I video tutorial

Un po’ Rambo, un po’ piccolo chimico, un po’ cow boy che esce di casa e si incammina a piedi come si va in guerra. La maglietta con scritto “vendetta” che se non fossimo di fronte a un tentato omicidio lo renderebbe quasi grottesco; i pantaloni mimetici e l’imbragatura per pistola tipo softair (le tattiche militari simulate); lo zaino con dentro una pistola scacciacani. Ma il dramma è che qui è tutto vero: il coltellaccio da sopravvivenza, il “ferro” a salve, le gelatine e i reagenti potenzialmente esplosivi custoditi a mo’ di arsenale nei vasetti di vetro in camera. E verissimi sono i video caricati su Tik Tok dove Giorgio mostra quanto è bravo a maneggiare il materiale che serve per fabbricare un ordigno fai da te. Dopo avere “studiato”, ovviamente. «Non pensavamo di trovare questa roba a casa di un adolescente, poco più di un bambino. In un contesto diciamo non sospetto, o comunque disallineato rispetto a certe realtà», ragiona un uomo vicino alle indagini sull’aggressione a coltellate alla “Leonardo da Vinci” di Trescore Balneario. Ma tant’è.

“Non è terrorismo”

Per capire chi è o chi credeva di essere il tredicenne che ha colpito con almeno quattro fendenti la sua insegnante di francese, è utile ingrandire un passaggio del comunicato diffuso ieri mattina dai carabinieri del Comando provinciale di Bergamo (il contenuto è stato condiviso dal comandante del reparto operativo Riccardo Ponzone). «Il movente non è riconducibile a finalità terroristiche», è scritto verso la fine della nota. Una precisazione - quel riferimento per escludere «finalità terroristiche» - che, sulle prime, sarebbe potuta apparire eccessivamente scrupolosa. Ma gli investigatori dell’Arma avevano già iniziato le perquisizioni nella casa di Trescore Balneario dove l’adolescente abita con la madre. E avevano già sequestrato quei reagenti chimici (poi affidati agli artificieri) ritenuti utili a assemblare piccoli ordigni rudimentali. Dopodiché dalle prime verifiche sul cellulare di Giorgio è emerso il “prima”. Le ore trascorse a cercare informazioni su esplosivi e “bombette”. I video – con ambizioni da tutorial – caricati su Tik Tok. La passione “in erba” per le armi, non solo bianche.

Il lato oscuro

Era il lato oscuro di un ragazzino descritto come “vivace”, in questi casi si va di eufemismi. Raccontano che Giorgio girava poco in parrocchia a Trescore, dove si è trasferito con la madre solo un anno fa dopo la separazione dei genitori (figlio unico; lei operatrice ospedaliera, lui operaio). Chi ieri mattina lo ha visto uscire di casa e prendere il solito percorso verso la scuola – trecento metri in linea d’aria - lo descrive così: «Aveva questa imbragatura, una specie di cinturone moderno che si usa per le pistole giocattolo». La scacciacani dunque, lo zaino in spalla, il coltello. E, sotto la felpa, quella t-shirt con la promessa del regolamento di conti. Giorgio supera il cancello della Leonardo da Vinci, 332 studenti, 15 classi, una media di 22 studenti ciascuna, tanti figli di immigrati di seconda generazione. Si lascia alle spalle la pensilina di cemento armato conciato da soldatino: atrio, corridoio. Quando vede la prof Chiara Mocchi le piomba addosso: la aggredisce di tre quarti. Colpi di lama al collo e al torace.

Vestito da softair

Il “dopo” sono due bidelli e un insegnante che bloccano Giorgio, lo immobilizzano a terra e lo consegnano ai carabinieri. Lui zitto, impassibile. Dentro il “videogame”. Nel paese delle terme e della possente torre Suardi – il simbolo di Trescore – qualche ragazzino un po’ più grande dice che l’avevano già visto girare così. Vestito da softair. Anche i video “bellici” su Tik Tok pare non fossero proprio dei segreti tra compagni e amici. Al piccolo chimico piaceva “fare brutto”, “smattare” un po’. A scuola, nella terza, non era ascrivibile al gruppo dei più tranquilli. Ma le coltellate alla prof no, quelle nessuno poteva immaginarle. I carabinieri ieri hanno interrogato Giorgio per sette ore. Forse si sono trovati davanti un adolescente che si credeva algoritmo di sé stesso. Un nativo digitale che sul web compulsava tra manuali per militari e giochi elettronici ad alto tasso di adrenalina e di morti per finta. Adesso Giorgio andrà in una comunità, probabilmente lontano dal suo cellulare.

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