C’è una sensazione che accomuna esperienze molto diverse tra loro: restare in una coppia che non cresce, continuare un lavoro che non soddisfa, rimanere fedeli a un ruolo che non rappresenta più la nostra visione di noi stesse. È la sensazione di essere bloccate. Non necessariamente infelici in modo eclatante, ma immobili, come se qualcosa, nel tempo, si fosse opacizzato. Uscire da questa condizione appare difficilissimo, perché non è mai soltanto una scelta pratica. È un processo psicologico che chiama in causa identità, paure e rinunce silenziose che si sono accumulate nel tempo. Come ha scritto la giornalista Lori Gottlieb sul New York Times: “Non temiamo tanto il cambiamento quanto la perdita della storia che ci raccontiamo su chi siamo”. Negli ultimi anni, numerose ricerche sul comportamento decisionale e sull’attaccamento hanno confermato che restiamo in situazioni insoddisfacenti non tanto per mancanza di alternative, quanto per un bisogno profondo di stabilità. Il cervello, infatti, privilegia ciò che è noto e prevedibile, anche quando questo va a nostro detrimento.
Alla radice della non-scelta
Quali sono i meccanismi psicologici che ci impediscono di cambiare rotta? “Il cambiamento è difficile da perseguire poiché porta con sé una ridefinizione di chi siamo, cosa vogliamo, che posto occupiamo nella realtà di cui facciamo parte”.
. Di fronte a una situazione che non funziona più, dunque, mettiamo in atto una serie di meccanismi di “protezione”: “Accade di negare, di razionalizzare, di proiettare il problema su elementi esterni o di esprimere convinzioni negative su noi stessi”, elenca lo psicologo. Sentirsi intrappolate è il risultato di una lenta normalizzazione del disagio, un adattamento progressivo. In psicologia cognitiva questo meccanismo è noto come la “fallacia dei costi sommersi”. Ovvero: più tempo, energie ed emozioni investiamo in qualcosa, più diventa difficile lasciarlo andare, anche quando non funziona più. Con il passare del tempo, questo meccanismo trasforma la perseveranza in immobilità. “L’investimento emotivo è direttamente collegato alla nostra identità e alla nostra autostima. Proprio perché abbiamo investito tanto tempo, tante energie, tante sollecitazioni emotive in un progetto di vita per noi importante, la nostra identità tende a definirsi anche, se non soprattutto, intorno a quel progetto. Nel momento in cui proviamo ad accantonarlo, ci sentiamo persone che hanno fallito, il cui valore non esiste più o è stato sprecato”. È così che lo status quo diventa la norma: restiamo con un partner che non ci vede più o in un lavoro che ci svuota, perché andarcene sembra troppo costoso. Evitare il conflitto e rimandare il dolore offre un sollievo immediato, che funziona come un potente rinforzo, anche se il prezzo da pagare è un malessere più sordo e profondo. Il prezzo del cambiamento appare più alto di quello della rinuncia quotidiana.
Occhiali dalle lenti rosa
Un dato ricorrente, confermato da studi sociologici e clinici, è che questa condizione di non-scelta riguarda più spesso le donne. Non per una maggiore fragilità, ma per un modello di socializzazione che valorizza l’adattamento, la cura e la tenuta della relazione. Lo si vede sul lavoro, dove gli uomini cambiano più rapidamente quando una posizione non offre crescita, mentre le donne tendono a investire più a lungo nel miglioramento della situazione prima di considerare l’uscita. Restare, in pratica, diventa una virtù in sé stessa. Anche nella coppia, rivela una ricerca pubblicata dall’American Sociological Association, per quanto il 69% delle separazioni sia avviato dalle donne, questo accade dopo anni di tentativi di aggiustamento e di mediazione invisibile. Ancora una volta, le donne restano più a lungo fedeli a un sé passato: alla persona che avevano promesso di essere, al progetto che avevano deciso di costruire. Spesso è il corpo a evidenziare il malessere e a comunicarlo, per esempio, con manifestazioni come stanchezza cronica, mal di testa e perdita di energia. Segnali che avevamo imparato a ignorare e che, a un certo momento, iniziamo a leggere.
Il momento del “basta”
Il punto di svolta, quando arriva, raramente è razionale. Le ricerche sul cambiamento comportamentale dimostrano che la decisione non nasce dall’accumulo di prove, ma da un evento emotivo che rompe l’equilibrio: una frase, un evento imprevisto, un lutto, la sensazione netta di non riconoscersi più. È lì che molte persone dicono “basta”, non perché abbiano tutte le risposte, ma perché non riescono più a ignorare la domanda. “Farsi guidare da una rottura emotiva è un evento a suo modo sano, poiché significa utilizzare le informazioni ricavate da sensazioni autentiche e profonde”.
ricordando che le emozioni servono proprio a indicarci la strada. “Il problema nasce quando per molto tempo non le abbiamo ascoltate, e arriviamo a dover gestire un’eruzione improvvisa di emozioni molto potenti. Si tratta quindi di imparare a connettersi prima”. Le risorse, dentro di noi, non mancano: “Quella più importante è la capacità di auto-rassicurarci e preservare il nostro valore. Non esiste una scelta che da sola possa stravolgere l’essenza di quello che siamo, l’importanza delle nostre qualità, le potenzialità della nostra vita. Dopo ogni cambiamento ci saranno altre strade da percorrere, altre esperienze e altre possibilità di trovare un senso alle cose. L’importante è non vincolare la misura del nostro valore personale a una singola decisione”. Un cambio di prospettiva, insomma, che ci permette di vedere che far scattare la molla non significa prendere una decisione impulsiva, ma riconoscere il momento in cui restare ha smesso di proteggerci. Cambiare direzione non è una fuga, ma un atto di responsabilità verso noi stesse, quando riconosciamo che una gabbia, anche se familiare e apparentemente sicura, resta pur sempre una gabbia.

