La ragazza, imputata come il genitore e altre due persone per le torture e l’uccisione, tra l’8 e l’11 febbraio 2024, della madre Antonella Salamone e dei fratelli Kevin ed Emmanuel, di 16 e 5 anni, è stata assolta in appello. In primo grado era stata condannata a 12 anni e 8 mesi di reclusione. Per i giudici la giovane era stata “coartata dagli adulti, divenendo temporaneamente incapace di intendere e di volere”
Miriam Barreca, imputata insieme al padre Giovanni e ad altre due persone per la strage di Altavilla, è stata assolta in appello perché temporaneamente incapace di intendere e volere e dunque non imputabile. La ragazza, primogenita di Giovanni Barreca, era stata condannata in primo grado, col rito abbreviato, a 12 anni e 8 mesi di reclusione per le torture e l’uccisione della madre Antonella Salamone e dei fratelli minori Kevin ed Emanuel, di 16 e 5 anni. I fatti sono avvenuti in una villetta di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, tra l’8 e l’11 febbraio 2024.
Perizie confermano la non imputabilità
All’epoca Miriam Barreca, oggi 19enne, era minorenne. Fu trovata dai carabinieri nel suo letto a pochi metri dai corpi dei fratelli. Inizialmente si pensò che fosse l’unica sopravvissuta alla strage ma poi fu lei stessa a confermare di aver partecipato alle torture e all’omicidio di madre e fratelli. La ragazza è stata sottoposta a due diverse perizie che hanno confermato la sua incapacità di rendersi conto di quanto accadeva la settimana delle torture sfociate nel triplice omicidio. Perizie che, contrariamente da quanto avvenuto nel processo di primo grado, sono state lette dai giudici della Corte d’appello come motivo di non imputabilità della ragazza.
Affidamento a una comunità
Secondo i giudici della sezione per i minorenni della Corte d’Appello di Palermo, Miriam Barreca fu coartata dagli adulti, divenendo temporaneamente incapace di intendere e di volere. La ragazza non tornerà in libertà ma sarà affidata a una comunità protetta per affrontare situazioni come la sua, sotto vigilanza di psicologi e assistenti sociali, che dovranno riferire periodicamente ai giudici sull’andamento della sua situazione.
Nel mese di febbraio 2024, ad Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, un padre di famiglia, Giovanni Barreca, senza apparente motivo uccide la moglie e due dei suoi tre figli, rispettivamente di 15 e 5 anni.
Gli interrogativi iniziali riguardo alle motivazioni che hanno spinto l’uomo a compiere un tale gesto rimangono molteplici, ma, poco dopo l’arresto, l’omicida confessa di aver agito spinto dalla necessità di liberare i familiari dai demoni. La figlia diciassettenne è l’unica sopravvissuta al massacro. In seguito, si scoprirà che anche la ragazza ha partecipato attivamente alle sevizie e ai conseguenti omicidi.
L’uomo autore della strage era probabilmente vittima di un delirio religioso che lo ha portato a convincersi di dover purificare i familiari poiché posseduti dal demonio. La strage vede come possibili responsabili anche Sabrina Fino e Massimo Carandente, una coppia conosciuta da Barreca online: potrebbero essere stati proprio loro a spingerlo a compiere il massacro.
Da questo tragico episodio, seppur sia ancora da accertare l’effettiva adesione di Barreca ad una setta religiosa, risulta doveroso interrogarsi su quelli che sono i meccanismi che spingono un soggetto a compiere tali delitti. Sicuramente sugli aspetti psicologici, ma anche su altre cause, poiché categorizzare la vicenda unicamente come “fanatismo religioso” risulta alquanto riduttivo rispetto alla complessità di vicende come quella in argomento.
Anzitutto, risulta interessante soffermarsi su ciòche è stato scoperto da uno dei fondatori del Boston Personal Development Institute, un’organizzazione che si occupa di ex membri di sette. Secondo l’esperto, non esiste un profilo standard delle “vittime di culti distruttivi”. Infatti, in uno studio che ha coinvolto settecento soggetti, si è arrivati alla conclusione che “non è necessario essere un certo tipo di persona per sottomettersi a un culto”.
In particolare, con l’espressione “culti distruttivi” si intende “un qualsiasi gruppo, senza tener conto di ideologia, dottrina, credo, nel quale si pratica la manipolazione mentale, da cui risulta la distruzione della persona sul piano psichico (a volte fisico, spesso finanziario), della sua famiglia, del suo entourage e della società, al fine di condurla ad aderire senza riserve e a partecipare ad un’attività che attenta ai diritti dell’uomo e del cittadino” [1]. Dunque, le sette distruttive si caratterizzano e differenziano dalle altre tipologie di setta per l’obiettivo che perseguono, nonché per le modalità messe in atto per raggiungere certi scopi. Molti comportamenti illegali sono indotti da condizionamenti mentali più o meno sottili o dalla coercizione, spesso attuata dai leader nei confronti dei seguaci in modo suggestivo.
La manipolazione psicologica è una strategia ampiamente utilizzata al fine di distruggere l’identità di una vittima attraverso relazioni di potere che annullano la sua identità al fine di strumentalizzarla. Risulta essere una strategia che minaccia l’integrità e l’autonomia della vittima, al fine di favorire la sua dipendenza e ridurre la sua autonomia.
L’identità di ciascun individuo è costituita dalle convinzioni, dai comportamenti, dalle emozioni e dai processi di pensiero che caratterizzano il suo modo di essere. Quando la vittima della setta è un soggetto che presenta vulnerabilità psicologiche di fondo, sotto l’influenza del controllo mentale la sua identità originale può essere facilmente sostituita da un’altra identità che corrisponde ai bisogni e alle richieste della setta.
Il leader della setta è generalmente un soggetto caratterizzato da una personalità perversa e patologica che dimostra evidenti tratti di onnipotenza e narcisismo, mentre la vittima presenta una marcata vulnerabilità psichica che può essere associata a disturbi mentali o difficoltà psicologiche transitorie che la rendono particolarmente fragile.
Spesso, i processi di pensiero di coloro che sono “risucchiati” da gruppi settari mancano di confini tra realtà e fantasia e presentano un pensiero magico che influisce sul loro comportamento, al punto di credere di essere in contatto con il diavolo o altre entità sovrannaturali, affermare di avere esperienze percettive insolite o manifestare un’emotività inappropriata.
Ancora oggi non è chiaro se i disturbi appena citati siano presenti negli adepti già prima del loro ingresso nella setta, se la stessa contribuisca ad aggravarli o se ne siano una conseguenza. Infatti, secondo gli studi di cui si è argomentato prima, alcuni soggetti non presentano alcun disturbo mentale evidente, mentre altri, al contrario, rivelano disturbi dello spettro della schizofrenia caratterizzati da mania, deliri, allucinazioni e aprassia o forti tratti narcisistici di personalità che si associano ad altro quadro psicopatologico sottostante.
Gli studiosi Sirkin e Wynne ritengono che “il coinvolgimento nei culti rappresenti un disturbo relazionale caratterizzato da una compromissione del funzionamento autonomo, da difficoltà di separazione e da un’eccessiva dipendenza e influenza del gruppo sull’identità dell’individuo”.
In conclusione, si può affermare che, nonostante la difficoltà che si possono riscontrare nel delineare un possibile profilo di chi aderisce ad una setta a causa delle molteplici variabili in campo, vi è senza dubbio un denominatore comune: l’estrema vulnerabilità psicologica delle vittime.
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