Bergamo. Pochi giorni fa si era presentata dai carabinieri di Almenno San Salvatore. Le minacce del marito, iniziate subito dopo il matrimonio, nelle ultime settimane erano diventate più frequenti dopo che lei gli aveva comunicato l’intenzione di lasciarlo.
L’ennesimo femminicidio si è consumato in via Pescaria a Bergamo, non lontano dalla chiesa di San Colombano e dal centro sportivo di via Pilo. Un quartiere tranquillo e riservato, costellato di case indipendenti, scuole, studi professionali. Ed è qui che si è consumato questo delitto tanto efferato.
Eppure è proprio qui che Valentina Sarto, 41 anni originaria di Bologna, ha trovato la morte. Qui, dove viveva con il marito Vincenzo Dongellini, 49 anni. Qui, nella mattina di mercoledì 18 marzo, gli agenti della Polizia di Stato hanno sfondato la porta dell’abitazione al civico 26A dove la coppia era in affitto da un paio d’anni.
Pochi minuti prima l’allarme era stato dato dalla figlia dell’uomo, nata da una precedente relazione, che ha chiamato il 112 a seguito di un litigio tra il padre e la moglie. Il corpo della donna, privo di vita, è stato trovato in camera da letto. Dopo aver ucciso la moglie a coltellate, Dongellini ha provato a togliersi la vita: gli agenti lo hanno ritrovato accovacciato su sè stesso, sanguinante dalle ferite superficiali che lui stesso si era inferto. Mai in pericolo di vita, è stato arrestato e trasferito all’ospedale Papa Giovanni XXIII sotto la costante sorveglianza dei poliziotti in attesa dell’interrogatorio.
I due stavano insieme da una decina d’anni. Le violenze, verbali e non, sarebbero iniziate dopo il matrimonio nel maggio 2025. Una semplice iscrizione in palestra di Sarto aveva causato profonde scene di gelosia dell’uomo. Pare che la donna avesse deciso di lasciarlo, scelta che Dongellini non era riuscito ad accettare.
“Era geloso e la minacciava – racconta Moris Panza, l’uomo che la 42enne frequentava da qualche settimana -. Lei gli aveva confessato che era innamorata di un altro. Ero convinto fosse in pericolo: per questo le ho chiesto diverse volte di stare da me o andare da una sua amica a Seriate”.
Sabato mattina, 14 marzo, Panza aveva accompagnato Valentina alla caserma dei carabinieri di Almenno San Salvatore. “Voleva capire cosa fare – spiega -: i militari le hanno chiesto di fare denuncia, ma lei ha preferito aspettare una settimana per capire se le minacce sarebbero continuate”.
I due si erano conosciuti allo storico Baretto della Curva Nord, punto di riferimento dei tifosi nerazzurri, dove lei lavorava. “L’ultima volta l’ho vista poche sere fa – confida l’uomo -. Era tranquilla, nonostante già in due occasioni lui le avesse messo le mani addosso.
Dai primi accertamenti degli investigatori non ci sono però interventi delle forze dell’ordineregistrati nella loro abitazione di via Pescaria e non risultano problemi pregressi.
“Sono sconvolta – racconta una vicina -. Non li conoscevo di persona, ma le cose non andavano da tempo. Durante il giorno spesso sentivo urlare: i litigi frequenti, ma credevo si trattasse di bambini. Le cose sono finite come non dovevano finire”.
Moris Panza, di Almenno San Bartolomeo, è l’uomo di cui Valentina Sarto «era innamorata», spiega. Ed è sempre lui ad avere tentato più volte di convincerla ad andarsene da casa e a denunciare il marito. «Ma lei diceva sempre: so come tenerlo tranquillo». Scuote la testa: «Era una bravissima ragazza».
Panza mostra quel cellulare come prova di quello che è successo: «Ho qui i messaggi vocali che mi mandava. Le avevo detto di registrare tutto quando lui si arrabbiava e lei poi me li mandava. Ci sono anche i messaggi di minacce che lui le ha mandato negli ultimi tre mesi». L’uomo indossa i pantaloni di una tuta dell’Atalanta, quasi come una testimonianza dell’inizio della sua storia con la vittima: «Io sono un tifoso atalantino e frequentavo il Baretto vicino allo stadio dove lei lavorava, ci siamo conosciuti così. Abbiamo cominciato ad avere una storia agli inizi di febbraio. Lui lo sapeva, lei gli aveva detto che si era innamorata di un altro uomo. E del resto passavamo molto tempo insieme, a volte dormiva da me». Anche se Valentina Sarto avrebbe voluto lasciare il marito, non c’era però una vera separazione in corso: «Lei non andava via da casa perché lui la minacciava».
Vincenzo Dongellini «era gelosissimo», secondo Panza. Una situazione che non era mai emersa nei dieci anni di storia fra i due ma che era esplosa dopo il matrimonio nel maggio di un anno fa: «Era cominciata con una discussione molto pesante sul fatto che lei voleva iscriversi in palestra. Lui prima aveva detto che non c’erano problemi, ma poi si era scatenato con insulti pesanti». Negli ultimi mesi ci sarebbero state violenze fisiche solo in due casi: «La prima volta che mi è arrivata con i segni sul collo le ho detto di non tornare più a casa. Le ho ripetuto mille volte di venire a stare da me o almeno dalla sua amica di Seriate». Ha anche cercato di spingere Valentina Sarto a denunciare il marito: «Sabato mattina siamo andati dai carabinieri di Almenno a chiedere informazioni, mi hanno spiegato che io non potevo sporgere la denuncia e che lei lo avrebbe dovuto fare a Bergamo. Valentina ha risposto: aspetto una settimana poi vediamo, se va avanti così esco di casa e lo denuncio». La donna non immaginava che la furia verbale del marito potesse trasformarsi in un omicidio: «L’ultima volta l’ho vista mercoledì sera ed era tranquilla, non aveva paura».
I vicini di casa dicono di non avere idea di ciò che succedeva dietro la porta al numero 26A di via Pescaria, sopra la quale è rimasta a prendere polvere una decorazione natalizia con un rametto ormai rinsecchito. Tra i curiosi che sfilano davanti alla fettuccia della polizia che copre la porta d’ingresso al pianterreno e il garage confinante c’è chi si limita a ricordare l’arrivo della coppia un paio d’anni fa («in affitto», ripetono in diversi) prendendo il posto di un gruppo di studenti. Ma dicono di non avere mai conosciuto bene i due coniugi e di non avere mai sentito particolari rumori. Lo stesso i numerosi inquilini del lungo cortile su cui si affaccia la porta posteriore dell’appartamento, anche questa sigillata e che, dicono, «non veniva mai usata». Solo l’abitante di una delle case sul lato opposto della via dice di avere sentito delle urla arrivare dalla palazzina, alle 4 di martedì mattina.
Moris Panza pensa agli ultimi tentativi di salvare Valentina Sarto, nella giornata di martedì: «Le avevo consigliato di parlare con la psichiatra del marito ma se n’era dimenticata e mi ha detto che l’avrebbe fatto oggi (ieri, ndr)». La stessa sera, l’ultimo messaggino: «Sapevo che in casa c’era un rapporto molto teso e le ho scritto di andare dalla sua amica a Seriate, ma non ha voluto ascoltarmi ed è finita così».
I MILLE PERCHÉ DEI FEMMINICIDI
Non c’è dubbio che le cause psicologiche alla base di un femminicidio e dei reati siano particolarmente complesse e si intreccino a fattori di carattere culturale e sociale, oltre che a specifiche cause individuali, sì che riuscire ad analizzarle potrebbe fornire un apporto importante per fronteggiare un fenomeno che, come mostrano le statistiche, in Italia e altrove, non accenna a diminuire
Non è indifferente dunque provare a identificare il profilo psicologico dell’uomo che commette un femminicidio o comunque atti di violenza grave contro le donne, ancora una volta utilizzando uno studio molto datato che, nonostante il tempo trascorso, fornisce spunti di riflessione ed elementi di riscontro rispetto alla realtà attuale.
Lo studio individua varie tipologie di uomini violenti, che descrive partendo da colui che teme la perdita della propria autorità e del proprio dominio e che pertanto esige il totale controllo sugli altri membri della famiglia sui loro movimenti e su qualunque loro azione; segue colui che è incapace di concepire l’autonomia altrui, che vede come una minaccia di possibile abbandono, ragione per cui sviluppa una forma di dipendenza nei confronti delle donne a cui si lega non potendo accettare un’eventuale rifiuto o un allontanamento della donna dal rapporto; e ancora colui che ha bisogno di un continuo rinforzo di autostima dall’esterno e che si abbandona a reazioni rabbiose in caso di critica per il suo comportamento, anche ove questo consista in abusi di sostanze; ed infine colui che cerca un rapporto fusionale con la sua compagna agendo con una violenza proporzionata al timore di perdere l’oggetto del suo affetto.
Quasi sempre, rileva l’autrice, il quadro psicologico dell’uomo che maltratta include quindi un desiderio ossessivo di controllo nelle relazioni, desiderio che spesso si manifesta attraverso un’eccessiva gelosia e alla necessità di dominare la propria compagna, reagendo con comportamenti violenti, con l’insulto, la denigrazione continua, le offese, la limitazione della libertà fino alle percosse e la morte, quando si sente minacciato dalla perdita di controllo, quindi utilizzando la punizione come mezzo per ristabilire il proprio dominio.
La descrizione di queste tipologie trova ancora oggi pieno riscontro negli atti processuali dei reati di violenza di genere dove effettivamente le denunce delle vittime e le stesse dichiarazioni degli autori del reato raccontano e documentano la mania del controllo ossessivo, la gelosia altrettanto ossessiva utilizzata come strumento di legittimazione della propria condotta violenta, la vittimologia applicata a se stessi al fine di rinviare alla condotta della controparte la responsabilità della propria, quando agita sotto l’effetto di droghe o di alcol; ed infine la frustrazione per la propria inadeguatezza di fronte a un rapporto in cui la vittima gli si rappresenta come superiore o comunque portatrice di una istanza di autonomia che gli risulta inaccettabile.
Si può dire che ogni processo per violenza di genere contenga uno, molto spesso più d’uno, talora persino tutti, questi sintomi i quali evidenziano nelle condotte agite, fattori di rischio il cui minimo comune denominatore è una mascolinità tossica, termine con cui si indica l’insieme di credenze culturali che porta a considerare la donna come un oggetto privo di identità e di autonomia e soprattutto privo del diritto di essere considerato un essere umano con tutti i diritti che ne conseguono poiché vista esclusivamente in un’ottica di stereotipia di genere.
Le cause, ricercate proprio attraverso le costanti che ricorrono negli episodi di femminicidio e di violenza , possono essere trovate talora nella scolarizzazione di basso livello, o anche nella violenza subita o nelle violenze domestiche cui l’agente ha assistito da bambino, nell’abuso di alcol e di droghe. Ma soprattutto nell’accettazione, come fatto culturale, della legittimità della violenza e del ricorso ad essa per disciplinare i rapporti sentimentali: e quindi, nel sistema patriarcale, che ancora impronta di sé la società.

