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Il profilo psicologico di Marco e Gabriele Bianchi: i killer di Willy

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Teresa Colaiacovo - Il profilo psicologico di Marco e Gabriele Bianchi: i killer di Willy

In un video di trenta secondi pubblicato su Instagram da Marco e Gabriele Bianchi ci sono i tre concetti chiave che un “vero maschio” deve rispettare per essere tale: successo, forza bruta e anaffettività.

Su una barca, con la musica e agitando una bottiglia di champagne (di brand costoso), uno dei fratelli prende per il collo una ragazza e la avvicina a sé con la forza: lei lo bacia sul collo e lui dopo la spinge via continuando a girare il video selfie, con i muscoli in bella mostra. In un video di trenta secondi simile a tantissimi altri, due ragazzi non più ignoti hanno semplicemente restituito al pubblico dei social la loro aderenza alle regole auree che si insegano al maschio per trasformarlo in vero uomo.

La risposta giusta alla domanda – sbagliata – di rispettare i dettami della mascolinità tossica e al conseguente modello patriarcale di “uomo”, quasi primitivo, che impone sé stesso sul prossimo non uomo, non bianco, non ricco, non palestrato. Una gerarchia illusoria di cui il maschio si autoproclama vertice e che consiste nell’oppressione, con la violenza verbale e fisica, di chiunque stia sotto di lui.


Marco e Gabriele Bianchi sono il prodotto sano di una società malata che osanna il modello di cultura patriarcale, che insegue il successo sessuale, che giustifica la prepotenza, che insegna ai maschi, con le sue narrazioni tossiche, imposizioni e divieti, a diventare “uomini veri”.


LA MORTE DI WILLY MONTEIRO DUARTE

La notte tra il 5 e il 6 settembre del 2020 Willy Monteiro Duarte, 21 anni, è stato pestato fino alla morte da quattro ragazzi, tutti di un’età compresa tra i 22 ed i 26 anni, che non conosceva nemmeno: Marco e Gabriele Bianchi (a cui è stato dato l’ergastolo), Francesco Belleggia e Mario Pincarelli.

La dinamica dell’omicidio: in un locale a Colleferro, Belleggia e Pincarelli iniziano a litigare con dei ragazzi perché il primo aveva molestato una ragazza e il gruppo di amici di lei era intervenuto in suo soccorso. La lite si sposta fuori dal locale e, poco dopo, a bordo di un suv, arrivano anche i fratelli Bianchi che si gettano nella mischia e iniziano a battersi. Willy Monteiro Duarte vede che sotto i pugni, a terra, c’è un suo amico e nel tentativo di tirarlo via viene invece coinvolto nella rissa, rimarrà in fin di vita in pochi secondi.

Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia spariscono subito dopo aver lasciato Willy a terra, mentre ancora respirava, allontanandosi a bordo del suv.

Il maresciallo dei carabinieri Antonio Carella, intervenuto sul posto, dirà: “È stata una scena disperata, tra le più cruente alle quali ho assistito nei miei anni di servizio”. Grazie a delle foto della targa del suv le forze dell’ordine hanno ritrovato i fuggiaschi e, mentre li interrogavano, è arrivata la notizia della morte del 21enne.

I quattro sono stati accusati di omicidio preterintenzionale e poi di omicidio volontario. Il processo per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte è cominciato a giugno 2021, tra accuse che i quattro si sono fatti a vicenda e ulteriori condanne che sono sopraggiunte per altri reati: sul capo dei fratelli Bianchi pendono infatti anche le condanne per droga e lesioni. Lo scorso 4 luglio 2022 infine la sentenza di primo grado: all’ergastolo i fratelli Bianchi, mentre per Belleggia e Pincarelli, rispettivamente, ventitré e ventun anni di reclusione.

“PROTEGGI LA FAMIGLIA” E ATTACCA IL DIVERSO DA TE

Ci sono voluti venti secondi netti di botte senza sosta, un calcio in pancia e un pugno in testa per porre fine alla vita di Willy: l’autopsia ha confermato la frattura delle ossa del cranio e l’emorragia all’addome, il fegato spappolato e il cuore spaccato.

Il branco era formato da quattro giovani uomini etero e bianchi con il culto della virilità e del dominio, quattro giovani che sono stati cresciuti da famiglie con idee razziste “era solo un extracomunitario”, diranno infatti i loro genitori.

E qui entra in gioco il concetto di unità familiare: “proteggi la famiglia” è uno dei tatuaggi orgogliosamente sfoggiati da uno dei fratelli, “familia” quello sfoggiato dall’altro. Famiglie disfunzionali, che insegnano la violenza e la tossicità in un contesto di marginalità sociale (non economica: facevano vacanze in barca e resort di lusso). Un contesto in cui xenofobia e suprematismo si alimentano ogni giorno attraverso pratiche di violenza verbale ed espressa senza pudore, anche sui social.

Come godo che hai fatto fuori quello scimpanzé”, ha scritto un loro amico, poi rintracciato dalla polizia postale. “Lurido egiziano crepa lentamente”, ha scritto lo stesso Gabriele Bianchi. I “non italiani” sono qui solo “non bianchi”: non c’entra la cittadinanza, non solo.

Willy Monteiro Duarte non è una vittima casuale dei fratelli Bianchi: un ragazzo della Guinea è stato pestato a Velletri, un altro di origine africana e un terzo, sempre afrodiscendente, hanno preso da loro un pugno quando già si trovavano tutti e tre in carcere.

È il colore della pelle delle loro vittime a innescare la presunzione di supremazia che sfocia nell’esercizio della violenza da branco, della minaccia, del terrore come metodo di controllo del territorio. Un residente che vuole rimanere anonimo ha raccontato alla stampa che “sapevamo che ci sarebbe scappato il morto, abbiamo paura”.

Violenza, ma soltanto verso i più deboli. Willy era “un fuscello”, ha detto la madre, non certo un energumeno palestrato come loro. Un culto a sua volta, quello della superiorità della razza bianca, che è pure parte dell’idea generale di patriarcato.

Perché nel sistema culturale patriarcale l’uomo bianco ed etero, senza disabilità e privilegiato dai soldi (fossero anche il risultato di spaccio) è in cima alla piramide di potere. E basta poco per innescare in lui la voglia di dimostrarlo, naturalmente con la forza bruta, a chiunque osi sfidarlo e ignorarne il ruolo. Chiunque non si adegui alle regole viene picchiato, minacciato, controllato, che sia la donna che vuole lasciarlo, che sia il giovane (non bianco) che si intromette nei suoi affari. Non c’è spazio per la parità nel sistema eteropatriarcale: quale che sia il prezzo da pagare. Fosse anche la vita.

L’INUTILE TENTATIVO DI DARE LA COLPA ALLE ARTI MARZIALI

Marco e Gabriele Bianchi erano esperti di MMA, Mixed Martial Arts, uno sport che mescola boxe a arti marziali. Molte le occasioni in cui i media hanno demonizzato gli sport come questo senza tenere presente che, proprio in quanto esperti di arti marziali, i fratelli Bianchi avrebbero potuto non uccidere Willy se avessero voluto.

“C’è qualcosa di pateticamente ridicolo nel modo in cui, davanti a un esempio da manuale di mascolinità tossica, tutti si affannino a dire che la colpa di un comportamento aggressivo e omicida è dell’MMA, lo sport che praticavano gli assassini. Non le ideologie destrorse, non i modi da bulli, non gli atteggiamenti da maschi alpha di quartiere o il culto della forza o la prepotenza e la violenza come stile di vita.

La responsabilità non è di una società che esalta la mascolinità tossica in continuazione, che non condanna mai abbastanza la violenza maschile, perché nel fondo se n’è appropriata, nel fondo continua a esserne affascinata come alternativa alla debolezza e a una femminilità fraintesa e relegata ai margini di tutto ciò che trasuda forza e testosterone. La colpa non è dei modelli di maschile da cui siamo circondati, non è di un’educazione tutta sbagliata, del rifiuto di includere identità e scelte diverse e di ridiscutere il concetto di genere. La colpa non è di una società in cui tutto ciò che esula dal maschio alpha è esposto al ridicolo e alla marginalizzazione, in cui i bambini non possono avvicinarsi al rosa o alle bambole o ai gioielli se non vogliono essere bullizzati, e sanno che sarà sempre più conveniente tirare le treccine alla compagna carina che chiederle come fa a farle così bene”.

“No. La colpa è dell’MMA, qualunque cosa significhi, meglio se c’è anche un tocco esotico, che porti la colpa e la responsabilità il più possibile lontano da noi. E dalla possibilità di cambiare le cose. È come addestrare un cane a uccidere per anni e poi sostenere che la colpa sia tutta del collare con le borchie”.

SENTIRSI SBAGLIATI PER L’INCAPACITÀ DI SFERRARE UN PUGNO

La mascolinità tossica è una forma di violenza sociale che viene esercitata su tutti gli individui ma agisce in primo luogo sui maschi, etero e bianchi, in modo che poi loro possano agirla sulle altre soggettività: comunità lgbt+, donne, persone nere, persone con disabilità.

La mascolinità tossica insegna all’uomo bianco il dominio su tutto, oltre che su tutti: così disporrà senza scrupolo alcuno degli animali per il proprio divertimento e dell’ambiente per il proprio profitto. La mascolinità è un insieme di ruoli e credenze inventati per dominare, per stabilire le gerarchie, che sono un costrutto e che di naturale non hanno nulla.

“Sono cresciuto in una società patriarcale: dominata dai maschi, costruita sui bisogni dei maschi e orientata alla soddisfazione dei maschi. In quanto maschio sono stato educato degnamente per appartenere al genere dei maschi: educato alla mascolinità e danneggiato dalla mascolinità, come ogni maschio, dai primi anni di vita”, racconta Diego Di Franco sul suo profilo Instagram.

“Ricordo tutti i momenti in cui la mascolinità mi ha molestato cercando di fare di me un vero uomo e importunando il mio pacifico e mite essere maschio, ricordo tutte le volte che ho dovuto sentirmi debole e sbagliato per la mia incapacità di sferrare un pugno. Ricordo una grandissima serie di imbecillità compiute solo per sentirmi uomo dimostrando una scarsissima comprensione per i danni che potevo arrecare. Ricordo il profondo disagio del sentirmi obbligato a essere uomo in un modo che non faceva parte di me”.

Come chiamare quel disagio se non molestia? La mascolinità molesta gli uomini molto tempo prima di arrivare, attraverso gli uomini, a molestare le donne. Li coglie bambini, insegnando loro pensieri orrendi, spingendo a comportamenti orrendi, educando a fare schifo. È una malattia sociale che compromette la salute dei maschi”.

A TORSO NUDO E LA POSA DA SPACCONE: I MASCHI CHE (NON) VOGLIAMO

I fratelli Bianchi sono due bulli. E non perdevano occasione per rivendicare la loro mascolinità che del bullismo si nutre e ne fa strumento di potere. La brutalità che oggi leggiamo negli scatti e nei video dei fratelli Bianchi è un automatismo che nasce all’indomani dell’omicidio di Willy ma che fino a prima del 6 settembre 2020 non veniva intercettata.

Eppure lo stereotipo della violenza inizia a stare stretto all’Italia dei femminicidi e delle risse da bar. Muscoli tirati all’estremo, iperconsumo di lusso, donne senza nome né identità, razzismo dichiarato: una mescolanza di dettagli che emergevano dai loro social – che anzi vengono ostentati – e che insieme rivelano il quotidiano di Marco e Gabriele Bianchi e con esso la loro natura. In quelle fotografie in posa si vede tutto l’istinto bestiale della sopraffazione, si vede la ricerca e si vede l’orgoglio di portarsi addosso tutti i simboli di virilità maschia e spaccona che pure ancora attira alcune donne.

Donne che passavano il tempo e le vacanze con i fratelli Bianchi e i loro simili, donne razziste e omofobe a loro volta e con il culto della mascolinità che le vuole oppresse, svalutate, oggetti di piacere da guardare e toccare. Una dinamica insomma infallibile: dove c’è un bullo c’è una pupa pronta ad assecondarlo, vittima dell’ideologia sociale dominante che tarda a scardinarsi e che la vede, anche senza risse da bar, incardinata in un sistema in cui è subalterna felice e pronta a replicare senza fiatare gli schemi tossici, razzisti, omofobi e violenti. Fosse anche solo perché non interviene quando il maschio deride, picchia, scredita e umilia.

LE REGOLE DA SEGUIRE PER DIVENTARE UN UOMO VERO

Il sistema nel quale viviamo è patriarcale ed eteronormato. In questo quadro l’uomo risponde a dei modelli di forza, realizzazione, successo sessuale, superiorità e produttività che a sua volta impone sul prossimo. L’uomo vero insegnerà ai suoi drughi e ai suoi figli che non si gioca con le bambole, che il rosa non si indossa, che i maschi gay sono “fr*ci di merda” e che va bene urlarglielo per strada o ridere di loro perché sono usciti dal binario della mascolinità.

Un sistema questo, che separa nettamente e inconfondibilmente il genere maschile (forte, predominante, autoritario) da quello femminile (subalterna, accogliente, dominata). L’uomo vero mantiene la sua posizione di privilegio attaccando verbalmente, disprezzando, schernendo e denigrando chi fa lavori considerati umili, chi è senza lavoro, chi fisicamente non aderisce allo stereotipo, chi dimostra debolezza.

Inferiorizza chi non riconosce come suo simile: le donne sono oggetti di consumo, le persone povere non sono meritevoli di rispetto, le persone nere invadono il suo territorio, quelle con disabilità sono ai margini e quelle appartenenti alla comunità lgbt+ rinnegano i ruoli di genere, perché non sono uomini virili né donne oggetto.

E sono le regole: lui deve insultare, picchiare e deridere per imporsi. Per affermare sé stesso ed essere sicuro che anche chi assiste agli insulti e alle aggressioni lo riconosca come non nero, come non povero, come non gay e lo tema, subendone la superiorità. Picchia per mettere una distanza definitiva tra sé e tuto ciò che non è lui. Si tratta di dinamiche che la società ha normalizzato.

È uno schema piramidale introiettato sia degli uomini che delle altre soggettività e che concede ai primi di dominare attraverso la violenza psicologica, i toni imperativi e la minaccia costante di violenza fisica che sono pronti a esercitare per sedare le ribellioni.

Chi si ribella allo schema e rifiuta di essere oggetto (sessuale, di scherno, di inferiorizzazione) rischia la vita. Le derive della mascolinità tossica sono per esempio i casi di femminicidio e di stupro: “correzioni” ai comportamenti ribelli come la volontà di porre fine a una relazione o come la non disponibilità a fare del sesso consensuale. Esercizi di dominio sono anche tutti quegli atti di violenza verso i ragazzi e gli uomini gay che passeggiano serenamente per la loro strada: indomitamente si ribellano al loro dovere di essere maschi, deludono le aspettative sociali, tradiscono il naturale ordine delle cose. E vanno puniti.

DIETRO LA VIOLENZA: GLI ITALIANI PENSANO CHE LE DONNE SIANO “COSE”

Ogni anno diverse istituzioni diffondono i dati relativi alle violenze che avvengono nel mondo: dall’organizzazione non governativa Terre des hommes ai rapporti sul femminicidio di Eures, i reati contro “la persona” sono quasi sempre messi in atto da maschi.

Rispetto ai reati commessi da minori, grazie ai dati del Ministero della Giustizia, sappiamo che il 91% dei delitti contro la persona è commesso da maschi. La stesa percentuale emerge per i reati di lesioni personali volontarie, sale al 94% per risse e addirittura sale quasi al 99% per i casi di violenza sessuale. Più bassa ma ugualmente in netta maggioranza, la percentuale dei casi di percosse in cui il colpevole è un maschio è dell’88%.

Si possono incrociare facilmente questi numeri con quelli forniti da Istat sugli stereotipi di genere (e sull’immagine della violenza), e che registrano come la nostra società sia ferma su alcuni concetti chiave, stereotipi e tossine.

In Italia ancora è pensiero comune che “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%), che “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%), e che “è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%). Il 58,8% della popolazione (di 18-74 anni), senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova d’accordo con almeno uno di questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età (65,7% dei 60-74enni e 45,3% dei giovani) e tra i meno istruiti.

Per quanto riguarda la violenza dell’uomo all’interno della coppia, le donne identificano le cause principali nella considerazione della donna come oggetto di proprietà (84,9%) e nel bisogno di sentirsi superiore alla propria compagna (81,3%), gli uomini nell’abuso di sostanze stupefacenti e di alcol (74%) e, anch’essi, nella percezione della donna come oggetto di proprietà (70,4%).

La violenza all’interno della coppia (intesa come quella dell’uomo sulla donna) è accettata da una percentuale che si aggira intorno al 7%, invece il controllo abituale del telefono (sempre dell’uomo sulla donna) è ritenuto ammissibile dal 17,7%.

Le lettere dal carcere non hanno evitato l’ergastolo a Gabriele e Marco Bianchi, i due fratelli condannati per il brutale pestaggio a Colleferro, in cui perse la vita Willy Monteiro Duarte.

Gabriele Bianchi

Osservando la grafia di Gabriele (clicca qui) emerge una personalità povera e facile a lasciarsi condizionare dagli impulsi e dalle emozioni, creando così le condizioni per un difficile controllo sulle stesse.

Siamo di fronte a un ragazzo con una personalità immatura, che però ama essere protagonista (vedi occupazione totale dello spazio grafico) e quindi si lascia trascinare da chi rinforza questa sua sensazione di apparente protagonismo vincente.

La povertà di carattere, che si nota dal tipo di gesto grafico elementare e dalla firma perfettamente uguale al testo, mette in evidenza una mancanza di strutturazione elaborativa e mentale, per cui è facile preda dei più forti ed astuti. L’imitazione e la sudditanza lo rendono fragile nelle scelte e del tutto dipendente.

Marco Bianchi

La grafia di Marco (clicca qui), senza dubbio più costruita di quella del fratello, esprime una personalità più decisa e pronta a dare spazio ai desideri personali trovando così soluzioni per entrambi.

È persona senza dubbio dotata di un temperamento socievole, anch’egli amante del protagonismo e voglioso di essere considerato (vedi uso dello stampatello e occupazione totale del foglio con cancellature anomale)

Evidente in lui il narcisismo primario che chiede sempre immediata soddisfazione delle aspirazioni o degli impulsi primordiali che, mancando di controllo, impongono la soddisfazione immediata degli stessi.
Nel caso di Marco tale spinta inarrestabile sembra accompagnata da una forte aggressività e una certa capacità di elaborare in modo manipolatorio ogni evento che gli capiti.

Senza dubbio superiore al fratello come intelligenza e abilità, Marco è la persona che sa imporre, comandare e condizionare chi gli sta accanto con seduzione e gioco emozionale non controllato.

l nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere le attenuanti generiche concesse a Gabriele Bianchi nell’Appello bis. Oggi la seconda Corte di assise di appello di Roma, accogliendo le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza, lo ha condannato all’ergastolo. E’ già definitivo invece l’ergastolo per il fratello di Gabriele, Marco. I giudici hanno aperto alla possibilità per Bianchi di accedere alla giustizia riparativa: se la famiglia di Willy accetterà, potrà avviarsi un percorso di confronto tra l’imputato e i parenti della vittima. In caso contrario, sarà comunque possibile un iter psicologico e di responsabilizzazione personale.

In primo grado i fratelli Bianchi erano stati condannati all’ergastolo, mentre nel primo processo d’appello i giudici avevano concesso le attenuanti generiche facendo scendere la pena a 24 anni per entrambi. La Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli, mentre aveva disposto un secondo appello proprio sulle attenuanti per i fratelli Bianchi. Nell’appello bis era arrivata la condanna all’ergastolo per Marco Bianchi e a 28 anni per il fratello Gabriele. Oggi la condanna anche per lui all’ergastolo.

Durante l’udienza ha fatto discutere una nota che il Dap ha inviato alla Corte d’appello: Gabriele Bianchi, con altri detenuti nel carcere di Rebibbia, «è da considerarsi pericoloso». Non solo: «Vi è fondato motivo di ritenere che sia in sodalizio criminale per sopraffazioni ai danni delle altre persone». Il documento è stata ritenuto «valutabile dalla Corte ai fini della delineazione del profilo della personalità dell’imputato». La difesa si era opposta, rappresentando che quanto riportato fosse frutto di «voci anonime». La Procura generale ha invece sottolineato che nei confronti di Bianchi e altri era stato richiesto il trasferimento, anche se non accolto. Il procedimento - è stato spiegato -era supportato da note Dap, risalenti a febbraio e marzo scorsi. I giudici dopo una breve camera di consiglio hanno deciso per l’acquisizione.

In un deposizione spontanea, Gabriele si era detto attonito per quanto affermato dal Dap: «Rimango stupito di fronte al documento oggi prodotto dall’accusa.In carcere mi è stato chiesto di lasciare il lavoro. Mi è stato detto che la richiesta proveniva dall’alto. A pochi giorni dalla precedente udienza, un brigadiere ha invocato lo spostamento da una cella singola, e alle mie rimostranze, avanzate con educazione, non ho mai ricevuto risposta. Pertanto ho chiesto alla direttrice del reparto che alla presenza del brigadiere chiedesse chi avesse dato questa disposizione, pur non riferendomi direttamente a lui». Quindi ha aggiunto: «Pur a fronte del mio buon comportamento ora mi ritrovo in cella multipla e ho perso la mia serenità. Siamo in sei persone. Nonostante le pressioni ricevute mi sono sempre comportato bene e mantengo buoni rapporti sia con gli altri detenuti che con il personale penitenziario. Escludo di aver tenuto condotte aggressive».

Ancora: «Non sono più quel ragazzo che sei anni fa ha varcato le porte del carcere. Sono padre e ho un bimbo di sei anni che vedo crescere nelle salette dei colloqui. Insieme facciamo progetti e speriamo in un futuro migliore, ciò anche grazie all’aiuto della famiglia di mia moglie che mi sostiene e crede nella mia innocenza.Maledico quel giorno. Sepotessi cancellerei quella sera e come è finita. Lavoro come pizzaiolo, studio. Ho un eccellente percorso universitario, con voti altissimi e voglio dedicare la laurea a mio figlio. I pochi soldi che guadagno li mando a mia moglie». Non basta a salvarlo dal «fine pena mai».

 

 

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