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Il profilo psicologico di Mario Roggero: eroe o assassino?

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Teresa Colaiacovo - Il profilo psicologico di Mario Roggero: eroe o assassino?

Ci sono vicende che dividono immediatamente l’opinione pubblica. Da una parte chi invoca il diritto a difendersi, dall’altra chi richiama il rispetto della legge. Il caso del gioielliere Mario Roggero è una di queste. Da giorni il dibattito oscilla tra due etichette opposte: “eroe” o “assassino”. È una contrapposizione rassicurante, perché semplifica. Ma la mente umana, fortunatamente o purtroppo, non funziona mai per slogan.

Le regole della legge

La sentenza della Cassazione appartiene al diritto e il diritto ha il compito di stabilire quando una reazione sia proporzionata e quando non lo sia. È un terreno che richiede regole, non emozioni. La psicologia, invece, si occupa di un’altra domanda: che cosa accade dentro una persona quando, per alcuni interminabili secondi, è convinta che la propria vita e quella dei propri familiari stiano per finire?

Come cambia il cervello sotto minaccia

Sappiamo che, in condizioni di minaccia estrema, il cervello cambia modalità di funzionamento. Le aree deputate alla valutazione razionale cedono spazio ai circuiti della sopravvivenza. Il tempo sembra rallentare, i dettagli si confondono, il corpo si prepara a combattere o a fuggire. È una risposta antica, costruita dall’evoluzione per proteggerci. Ma proprio perché è una risposta di sopravvivenza, non sempre coincide con quella che, osservata dall’esterno e a posteriori, definiremmo lucida.

È qui che nasce una delle difficoltà più profonde di casi come questo. La legge valuta i fatti nella loro successione oggettiva. La mente, invece, vive quei fatti nella loro intensità soggettiva. Il pericolo può essere terminato nella realtà e continuare a esistere nella percezione di chi lo ha appena attraversato. Non perché quella persona voglia vendicarsi, ma perché il suo organismo non ha ancora ricevuto il messaggio che può smettere di sopravvivere.

Comprendere questo meccanismo non significa trasformarlo in una giustificazione. La psicologia non sostituisce il diritto e non assolve nessuno. Allo stesso modo, però, il diritto non può cancellare la realtà psicologica di un trauma.

Sentenza e coscienza

Forse il problema del dibattito pubblico è proprio questo: pretendiamo che una sentenza risponda anche alle domande della coscienza. Ma le sentenze stabiliscono responsabilità; non spiegano fino in fondo ciò che accade dentro una persona. E quando chiediamo loro anche questo, inevitabilmente rimaniamo delusi.

C’è poi un altro rischio, più sottile. Pensare che la lucidità sia una scelta. Come se bastasse decidere di essere razionali quando una pistola è puntata contro di noi. Eppure sappiamo che nessuno può prevedere con certezza come reagirà davanti alla concreta possibilità di morire. La maggior parte delle persone scopre chi è soltanto quando si trova nel mezzo della paura.

Forse, allora, la domanda più onesta non è se quella sentenza sia giusta o sbagliata. È un’altra. Quanti di noi, dopo aver temuto davvero di perdere la propria vita e quella delle persone che amano, sarebbero stati capaci di mantenere una lucidità assoluta e comprendere che il pericolo era passato?

Il gioielliere condannato per aver inseguito e ucciso due ladri chiede a Mattarella di mettersi una mano sulla coscienza per esaminare la domanda di grazia avanzata per lui da sua moglie. A chi glielo chiede, dice poi di essere “pentito“ anche se, aggiunge con aria complice, quei momenti bisognerebbe viverli per capire che lui aveva ragione. Che doveva sparare ed uccidere.

Ascolto, guardo e ci sto male. Davvero. Lo schermo televisivo propone immagini e dichiarazioni sfacciatamente a favore del gioielliere. Lui, dal piccolo schermo, si sente al centro di una ammirazione generale. Pronto a ricorrere alla Corte Europea per i diritti ma pronto, soprattutto, per entrare in politica. Mentre nessuno, giornalista o politico, spende una parola per i due morti. Stranieri. Ladri. Espressione del male nel mondo. Silenziosamente accettando ed alimentando l’idea per cui il gioielliere ha fatto bene. Silenziosamente accettando l’idea per cui nel paese in cui, come in tante parti del mondo, la pena di morte è stata abolita, dobbiamo abituarci all’idea per cui lo Stato non può uccidere ma il cittadino parte lesa sì. I ladri, soprattutto se stranieri, suggeriscono oggi tanti (troppi) politici e giornalisti vanno uccisi se qualcuno li coglie sul fatto.

Chiede Roggero a Mattarella di mettersi una mano sulla coscienza. Per paura che lui ce l’abbia, forse, e che sia meglio schermarla. Evitare che la interroghi. Per le persone che ce l’hanno, una coscienza, la consapevolezza delle due persone che sono morte potrebbe esistere ancora.

Il mondo spietato in cui viviamo oggi, fra guerre e scontri di potere, è un mondo in cui la gran parte delle persone sembra aver imparato a non avere a che fare con quella che un tempo chiamavamo “coscienza“ ed a sostituirla con una forma debole e disarmonica di “coscienza di sé“. In perfetto stile trumpiano. Perchè se lui è così popolare e importante, forse, è perché il suo è un modo di fare e di pensare assai più condiviso di quello che vorremmo pensare.

Per questo, forse, amo tanto il mio lavoro. Perché le persone che vengono da me a chiedere aiuto sono persone che stanno male soprattutto perché si interrogano su quello che è giusto e su quello che è sbagliato.

Perché portano avanti una vita affaticata dal peso di una “coscienza“.

Una coscienza in cui c’è posto anche per Roggero, per provare pena di fronte a questo suo atteggiamento.

Luigi Cancrini

Foto ANSA

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