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Profilo psicologico di Epstein; le domande scomode: perché le vittime ritornavano?

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Teresa Colaiacovo - Profilo psicologico di Epstein; le domande scomode: perché le vittime ritornavano?

Nel dibattito sul caso Epstein emergono domande scomode: perché alcune vittime sono tornate dal loro abusatore? Perché alcune hanno poi reclutato altre ragazze? E dove inizia la responsabilità personale?

Capisci di essere in trappola quando è troppo tardi - Sembra essere presente la presenza di grooming, un processo graduale di spostamento dei confini. Piccole trasgressioni, apparentemente tollerabili, si accumulano fino a normalizzare comportamenti che all’inizio sarebbero stati rifiutati. Non serve violenza esplicita: proprio la progressività rende il meccanismo insidioso. «Quando la vittima capisce di essere intrappolata, spesso è troppo tardi».

I legami traumatici - Un altro concetto chiave è il traumatic bonding: un legame emotivo intenso con l’aggressore, nonostante l’abuso. «La relazione alterna minaccia e svalutazione a momenti di attenzione e ricompensa. Questa dinamica crea dipendenza, paura e talvolta perfino sentimenti positivi verso chi fa del male»

Bambini e adolescenti sono particolarmente vulnerabili, ma anche gli adulti possono essere manipolati senza accorgersene. Quando la consapevolezza emerge, subentrano vergogna e senso di colpa, che rendono ancora più difficile sottrarsi alla relazione.

Ricompensa e minaccia - Sul fatto che alcune vittime abbiano reclutato altre ragazze, la psicologia ci invita alla cautela nel giudicare con leggerezza: «Spesso si tratta di persone inserite in un sistema di controllo e sfruttamento, in posizione di dipendenza, dove ricompense e minacce si alternano». Denaro, status e senso di sicurezza possono rafforzare il legame. In certi casi l’aggressore viene idealizzato o percepito come onnipotente.

L’età conta - «Più l’ingresso nel sistema è precoce, più alto è il rischio di interiorizzare i ruoli imposti, fino a riprodurre il comportamento dell’abusante». «Subire un abuso significa sperimentare una perdita totale di controllo e un crollo dell’autostima; assumere un ruolo “più alto” nella gerarchia può diventare un tentativo disfunzionale di recuperare stabilità e controllo».

Nessuna responsabilità, è sopravvivenza - Quanto alla responsabilità, per i minori non può essere attribuita: «Adattarsi è spesso una strategia di sopravvivenza». Per gli adulti, invece, il discorso è più complesso e va valutato caso per caso: «C’era autonomia decisionale? C’erano minacce o coercizione? In generale, gli adulti restano responsabili quando danneggiano altri, ma le situazioni raramente sono solo bianche o nere», fa notare la psicologa.

Anche chi entra volontariamente in sistemi di dipendenza, magari per vantaggi di carriera, va analizzato singolarmente. Molte persone coinvolte hanno alle spalle esperienze difficili: «Non è una giustificazione, ma un possibile elemento esplicativo».

Isolate è meglio - Epstein reclutava giovani, spesso isolate o provenienti da contesti fragili, ma non solo. «L’isolamento facilita la manipolazione. Oltre al bisogno economico, contano bisogni fondamentali come appartenenza e riconoscimento» Un sistema che coinvolge élite politiche, accademiche ed economiche può risultare seducente per chi desidera sentirsi parte di qualcosa di potente.

Elaborare il trauma - L’elaborazione del trauma può richiedere anni, soprattutto se si è entrati giovani o si è rimasti a lungo nel sistema. «Integrare nella propria biografia il fatto di essere stati vittime, o di aver fatto del male ad altri, è un processo complesso». Il riconoscimento sociale, in questi casi, è cruciale: un dibattito pubblico che cerca di comprendere i meccanismi può aiutare; uno che colpevolizza può aggravare la sofferenza.

In termini di prevenzione, sono fondamentali reti sociali solide, sostegno affettivo e un ambiente in cui bambini e ragazzi possano parlare senza paura di punizioni o rifiuto. Un’autostima sana, la capacità di dire no e di riconoscere i propri confini sono fattori chiave di protezione.

Il 10 agosto 2019 Jeffrey Epstein viene trovato morto in carcere a Manhattan con un lenzuolo al collo. Le telecamere «non funzionavano». I due guardiani «si erano addormentati». Era in cella da solo, nonostante un precedente tentativo di suicidio. Si è ucciso — come assicurano le autorità — oppure è stato eliminato per evitare che rivelasse i suoi segreti? Ha pagato qualcuno per sfuggire alla Giustizia con una scelta “radicale”? Viviana Mazza e Marilisa Palumbo ricostruiscono per 7 la vicenda paradossale di un uomo pericoloso lasciato libero di delinquere. Sul magazine in edicola venerdì 13 settembre trovate anche due interventi degli scrittori Claudia Durastanti («Epstein progettava una stirpe di figli bionici») e Emanuele Trevi («Il suo modello era De Sade»), che potete leggere anche in Pdf su 7 nella Digital Edition del Corriere.

Il consulente finanziario aveva molti amici potenti, dal principe Andrea ai presidenti Bill Clinton e Donald Trump. Chi sapeva che Epstein pagava ragazze minorenni per soddisfarlo sessualmente? E chi era coinvolto? Virginia Roberts Giuffre afferma di essere stata reclutata a 16 anni per un lavoro di massaggiatrice e poi trasformata in «schiava sessuale» che Epstein prestava agli amici, come lo stesso Andrea, il proprietario di Victoria’s Secret Leslie Wexner, l’avvocato Alan Dershowitz e il pioniere dell’intelligenza artificiale Marvin Minsky (tutti hanno negato). Lo scandalo in realtà era già scoppiato nel 2005 dopo la denuncia della madre di una quattordicenne di Palm Beach che era andata dalla polizia. Nel giro di un anno le accusatrici erano salite a 36.
Nel 2008 il finanziere patteggiò: si dichiarò colpevole di adescamento minorile e scontò appena 13 mesi di “carcere”; usciva 16 ore al giorno, grazie a un accordo ottenuto dal suo team di avvocati superstar. Oltre dieci anni dopo, il 6 luglio 2019, viene di nuovo arrestato con l’accusa di traffico sessuale di minorenni. È l’effetto dell’inchiesta di Julie K. Brown del Miami Herald, che ha identificato 60 vittime passate dalle sue residenze a Manhattan, Palm Beach, sull’isola privata di Little St. James e nel ranch in New Mexico.

 

Un Pulitzer rifiutò la sua biografia

Pochi mesi prima di morire, Jeffrey Epstein propose al Premio Pulitzer James B. Stewart di scrivere la sua biografia. Lo invitò nella sua magione nell’Upper East Side di Manhattan e gli mostrò le foto che lo ritraevano con un numero incredibile di personaggi ricchi, famosi, potenti. Aggiunse di conoscere segreti sulle loro perversioni che avrebbero fatto sembrare un nonnulla le sue. Era quello che faceva sempre: vendersi come un «uomo del mistero», uno che collezionava persone proprio come le opere d’arte, le ville, gli aerei. Stewart rifiutò: non aveva alcuna voglia di legarsi a un criminale sessuale. Epstein aveva un «tono malinconico», notò il giornalista. I suoi amici più potenti avevano preso il largo. Persino il principe Andrea, che dopo il primo scandalo aveva continuato a fargli visita a Manhattan, da due anni evitava di recarsi negli Stati Uniti.

 

 

«Come uno che ha rubato le ciambelle»

Il finanziere era troppo sicuro di sé per immaginare che sarebbe stato arrestato, altrimenti il 6 luglio scorso non sarebbe tornato con il suo jet privato da Parigi. L’arroganza era nutrita dall’abitudine: per anni aveva seppellito sotto montagne di soldi le cause per abusi sessuali. Al New York Post nel 2011 disse: «Non sono un predatore, ho commesso una trasgressione. È la differenza che c’è tra un omicida e uno che ha rubato ciambelle». Le ragazze che aveva pagato per “massaggi erotici” erano minorenni, sì, ma il sesso alla loro età un tempo era “perfettamente accettato”. L’inchiesta del Miami Herald, pubblicata nel novembre del 2018, stava però riportando alla luce, oltre alle testimonianze delle vittime, anche quelle di molti ex dipendenti, che avevano visto Epstein per quello che era. Chiedeva alle ragazzine di spogliarsi («ma puoi tenere le mutandine»). Le guardava e toccava fino all’orgasmo, a volte le stuprava. Dopo averle pagate, il maggiordomo ripuliva il bagno dai sex toys: «Certo, dovevano essere proprio giovani, mangiavano latte e cereali, come le mie figlie». Un poliziotto di Miami notò che «se non portano l’apparecchio per i denti, non gli interessano».

Eppy: da prodigio della matematica a stupratore

Epstein faceva parte dell’élite dell’East Coast, ma le sue radici erano piccolo-borghesi, come racconta l’unica vera biografia (non autorizzata), intitolata Filthy Rich e scritta dal giallista James Patterson. Il padre Seymour e la madre Paula erano figli di immigrati ebrei sfuggiti all’Olocausto. Jeffrey, nato nel 1953, e il fratello minore Mark erano cresciuti in un modesto appartamento nella comunità residenziale privata di Sea Gate, a Coney Island. «Era cicciottello, con i capelli ricci e una risata acuta», lo ricorda Beverly Donatelli, una compagna di due anni più grande per la quale Jeffrey aveva una cotta. Eppy, come lo chiamavano allora gli amici, era un prodigio in matematica, suonava il piano e collezionava francobolli: «Ci dava ripetizioni, mi spiegò tutta la geometria in due mesi». Si baciarono sul lungomare, ma lei era italiana e lui ebreo: un amore impossibile. Era un outsider, con un forte accento di Brooklyn, quando, a 21 anni, pur senza laurea, fu assunto come insegnante di matematica alla Dalton, scuola superiore dell’élite dell’Upper East Side. È qui, tra ragazzi poco più giovani di lui ma eredi di immense fortune, che cominciò a emergere il comportamento predatorio.

 

La scuola delle élite e la scalata sociale

Fissava le ragazze nei corridoi e prendeva un po’ troppo a cuore i problemi che qualcuna gli confidava. «Alla Dalton ho capito che faticare non ti dà il successo né la felicità - dirà più tardi -. Quel che conta sono i contatti che hai». Quando il contratto non gli fu rinnovato, aveva già una chiave per salire un gradino più su e, come spesso nella sua vita, era una donna. Il flirt con Lynne Greenberg, figlia del leggendario broker Alan “Ace”, gli valse l’ingresso a Wall Street. Alan — che amava i “PSD”, i ragazzi “poveri, svegli e determinati” — lo portò con sé alla Bear Stearns. Qualche anno più tardi fu cacciato per aver mentito su alcune spese e fondò la sua società di consulenza, «J. Epstein & Co». Ancora una volta furono le donne a introdurlo in mondi inaccessibili, prima fra tutte Ghislaine Maxwell, amica del principe Andrea e dei Clinton, figlia del magnate dell’editoria britannica Robert Maxwell, misteriosamente morto cadendo dallo yacht Lady Ghislaine.

 

 

«Ho solo due interessi: scienza e sesso»

Epstein usava le donne, ma collezionava gli uomini. Con questi era brillante, carismatico e generoso. Negli anni aveva donato milioni a Harvard e al Mit. «Ho solo due interessi — avrebbe detto a un amico —: la scienza e la fica». Nel 2006 attrezzò un sottomarino perché Stephen Hawking potesse entrarci con la sedia a rotelle. «È come un’ape, parla con tutte queste persone e le “impollina”», raccontava lo psicologo Stephen Kosslyn. È il rapporto con un uomo in particolare, Leslie Wexner, proprietario di Victoria’s Secret, a restare avvolto dal più grande mistero: il miliardario diede a Epstein carta bianca per amministrare la sua fortuna. Quindici anni più anziano, era un modello, un mentore che Jeffrey imitò in tutto, tranne che nel matrimonio. Alla vigilia delle nozze Epstein gli portò il contratto prematrimoniale da firmare, posizionando il documento sulla pancia di una modella: «Sei sicuro di volerlo fare?». Wexner lo fece e cedette a Epstein il palazzo di Manhattan (valore: 56 milioni di dollari). Anche il Boeing 757 con il quale si muoveva tra New York e le Isole Vergini, soprannominato Lolita Express, era di Wexner.

 

La cena con Simon Peres e l’astronauta John Glenn

Nel 1996, per il 59° compleanno di Leslie, Jeffrey organizzò una cena con le persone più interessanti che aveva conosciuto: il premier israeliano Shimon Peres, il capo di Sotheby’s Alfred Taubman, l’astronauta e senatore John Glenn, Alan Dershowitz. Di nuovo, tutti uomini. Epstein spiegò: «A Leslie piace così, e anche a me». È proprio al 1996 che risale la prima denuncia per abusi sessuali. Maria Farmer era un’artista 25enne che dipingeva nudi di adolescenti. Jeffrey e Ghislaine comprarono un suo dipinto: un uomo seminudo che spia una giovane sdraiata sul divano, ispirato a un quadro di Degas intitolato Interno e soprannominato «Lo stupro». Poi Jeffrey assunse Maria come consulente artistica. «Aveva un pessimo gusto», ricorda lei (lo confermano la collezione di finti bulbi oculari, la tigre imbalsamata, il quadro di Bill Clinton vestito da donna). Maria presentò alla coppia la sorellina sedicenne, Annie, poi scoprì che Ghislaine le aveva massaggiato i seni mentre Jeffrey le spiava. La stessa Maria disse di essere stata aggredita sessualmente dai due.

 

 

Ghislaine che reclutava ragazzine

Ghislaine era la «manager della vita di Esptein»: reclutava le ragazzine, le istruiva su come compiacerlo e a volte partecipava alle sue perversioni. «Non contano niente, sono solo spazzatura», ma poi si metteva a digiuno per essere magra come loro: «Faccio la dieta di Auschwitz», diceva con il gusto della provocazione la figlia di un ebreo e di una studiosa dell’Olocausto. Secondo un’amica, Ghislaine, orfana dell’adorato genitore, «amava Jeffrey come suo padre. Pensava che, se avesse fatto solo un’altra cosa per lui, l’avrebbe sposata». Nella cassaforte della casa di Manhattan, la polizia ha rinvenuto decine di foto di minorenni nude. Arrivavano dal giro di Victoria’s Secret e dall’agente di modelle francese Jean-Luc Brunel, ma anche da scuole superiori o accademie di danza. «Puntava le ragazze con difficoltà economiche», ha raccontato Courtney Wild, che a 14 anni fu pagata per i “massaggi” e per assoldare coetanee: in due anni gliene portò 80. «Era difficile dire di no a 200 dollari in contanti. E poi se lo avessimo denunciato nessuno ci avrebbe ascoltate».

 

Le altre donne complici del mostro

Oltre a Ghislaine, quattro collaboratrici di Epstein sarebbero state sue complici: Sarah Kellen, Lesley Groff, Adriana Ross e Nadia Marcinkova, quest’ultima a lui venduta minorenne dai genitori in Europa dell’Est. «Le mie assistenti — diceva il finanziere — sono un’estensione del mio cervello, il loro intuito è qualcosa che io non ho». Quando patteggiò in Florida, si assicurò che l’accordo le proteggesse. Nel 2002 Epstein accompagnò Clinton in Africa col suo 757. L’ex presidente lo elogiò come “filantropo impegnato” e “profondo conoscitore della scienza”. Questo attirò l’attenzione dei media che il finanziere aveva sin lì accuratamente evitato. Un profilo del New York Magazine lo dipinse come un novello Gatsby. L’anno dopo Vanity Fair ne pubblicò un altro, «The Talented Mr. Epstein»: la giornalista, Vicky Ward, sembrava intrigata e divertita dalle stranezze del milionario — «l’unico libro che mi fece trovare in bella vista era Justine o le disavventure della virtù, del marchese de Sade» — ma la scrittura del pezzo divenne un incubo. Facendo pressioni sul leggendario direttore Graydon Carter, Epstein si assicurò che le interviste alle sorelle Farmer non apparissero. E Ghislaine chiamò Maria minacciandola di morte.

 

 

Trump e quel «ragazzo divertente da frequentare»

In pubblico raramente Epstein appariva con minorenni, ma le sue accompagnatrici erano sempre «molto giovani», come disse Donald Trump nel 2002, definendolo «un ragazzo divertente da frequentare». In breve i rapporti con le “fidanzate” diventavano grotteschi e finivano: «Mi disse che credeva nel poliamore, come i re e le regine di un tempo». A differenza delle minorenni, queste donne non avevano paura di lui. E oggi sono proprio loro a mettere a fuoco la sua psicologia. «Tranquillo ma privo di una vera vita interiore». «Passava le giornate al telefono, dai finanzieri ai capi di Stato, e gli piaceva che lo ascoltassimo». Non beveva, non fumava, non faceva uso di droghe: tanto yoga e cibi sani. Odiava i ristoranti: «È come mangiare in metropolitana». Dormiva alla temperatura di 12 gradi, a suo dire la più consona al riposo: «Faceva un freddo del cazzo, rischiavo di morire di ipotermia». Alle fidanzate diceva: «Io controllo tutto e tutti. Le persone appartengono a me e le posso danneggiare». Quando Vicky Ward entrò nella sua reggia per intervistarlo, Epstein le propose una partita a scacchi: «A te la prima mossa». «Credeva di poter vincere a prescindere dal vantaggio dell’altra parte», racconterà lei. Ci ha provato fino alla fine.

 

I tentativi per uscire su cauzione e il testamento

Rinchiuso nella cella umida, stretta e infestata dagli scarafaggi del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, per un mese il detenuto numero 76318-054 ha tentato ogni strada per uscire su cauzione: il primo agosto ha aggiunto un nuovo avvocato al suo già nutrito team. Ma nell’ultima settimana, secondo il suo ex legale Dershowitz, «deve aver capito che non avrebbe più avuto un giorno di libertà e non poteva tollerarlo. Ha fatto un’analisi costi-benefici». L’uomo che amava farsi dieci docce al giorno smise di lavarsi, dormiva per terra. L’8 agosto fece testamento, vincolando il suo patrimonio da 500 milioni in un fondo fiduciario che renderà più ardue le cause civili. Poi, l’ultimo azzardo: togliersi la vita per dare scacco matto.

La rabbia delle vittime per la sua morte

«Il fatto che non avrò mai la possibilità di vedere il mio predatore sul banco degli imputati — ha detto Jennifer Araoz, una delle vittime — mi divora l’anima. Anche morto mi fa del male».

 

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