Il contesto personale: fragilità evolutiva, non patologia
Aurora Livoli era una giovane donna di 19 anni, adottata in età infantile, inserita in un contesto familiare stabile, presente e non conflittuale.
Non emergono elementi di marginalità strutturale né di disagio psichiatrico conclamato.
Gli elementi rilevanti sono altri:
- precedenti allontanamenti temporanei dall’ambiente familiare, sempre rientrati;
- progressivo disinvestimento dal percorso universitario;
- contenuti comunicativi, anche social, connotati da conflitto identitario e disagio esistenziale;
- riduzione graduale dei contatti con la famiglia.
Dal punto di vista criminologico, questo profilo rientra in una fragilità evolutiva, tipica di alcune transizioni adolescenziali tardive: non una condizione patologica, ma una fase di vulnerabilità soggettiva.
Elemento centrale è l’assenza di progettualità.
Aurora non risulta aver organizzato una fuga strutturata, né disponeva di risorse economiche, logistiche o relazionali tali da sostenere una reale autonomia.
2. L’allontanamento del 4 novembre: continuità, non rottura
L’allontanamento da casa del 4 novembre non appare, alla luce dei dati, come una cesura definitiva.
È più coerente leggerlo come:
- comportamento già sperimentato;
- gesto impulsivo;
- tentativo di sospensione del conflitto interno, non di risoluzione.
La telefonata del 26 novembre — “sto bene, non torno a casa” — è particolarmente significativa.
Non contiene elementi di rassicurazione oggettiva, né indicazioni concrete sul contesto di vita della ragazza.
In termini analitici, si tratta di una frase di distanziamento, non di stabilizzazione.
3. La fase milanese: esposizione progressiva al rischio
I riscontri a Rho e successivamente a Milano segnano un passaggio di livello.
Aurora:
- frequenta contesti non protetti;
- entra in relazione con adulti sconosciuti;
- si muove senza riferimenti stabili.
Pur non risultando formalmente “senza fissa dimora”, la sua condizione è quella di una vulnerabilità situazionale elevata.
Dal punto di vista criminologico, è qui che la fragilità individuale si traduce in esposizione concreta al rischio predatorio.
Non servono ipotesi estreme: è sufficiente la combinazione di solitudine, bisogno e assenza di confini.
4. L’incontro con l’uomo indagato: dinamica opportunistica
Gli elementi disponibili indicano che l’incontro con l’uomo oggi indagato:
- non era pianificato;
- non rientrava in una relazione stabile;
- si colloca temporalmente nelle ore immediatamente precedenti alla morte.
L’ingresso di Aurora nel cortile avviene senza segni evidenti di coercizione.
Questo dato, spesso frainteso, è invece perfettamente compatibile con una dinamica di fiducia momentanea o di sospensione della percezione del pericolo.
In criminologia, questo tipo di incontro rientra nelle dinamiche opportunistiche, nelle quali la vulnerabilità della vittima viene intercettata e sfruttata in tempi rapidi.
5. La fase finale: escalation e violenza diretta
La ricostruzione più compatibile con i dati medico-legali e investigativi è quella di una escalation improvvisa:
- contesto privato;
- assenza di testimoni;
- insorgenza rapida di tensione;
- opposizione della vittima.
L’esito è stato lo strangolamento, modalità di uccisione che costituisce un elemento centrale nell’analisi del caso.
6. Approfondimento criminologico: lo strangolamento
Lo strangolamento è una modalità omicidiaria di particolare rilevanza criminologica.
Si tratta di una forma di violenza che:
- richiede contatto fisico diretto e prolungato;
- implica una prossimità forzata tra autore e vittima;
- presuppone il controllo fisico totale dell’altro per un tempo sufficiente a provocarne la morte;
- difficilmente è compatibile con un gesto puramente accidentale.
In criminologia, lo strangolamento è frequentemente associato a dinamiche di dominio, di sopraffazione e di perdita di controllo emotivo, più che a condotte pianificate o strumentali.
Non è una violenza “tecnica” né distante, ma un atto profondamente relazionale, che si consuma in un’interazione diretta e asimmetrica.
Nel contesto di incontri opportunistici e non strutturati, come quello ipotizzabile nel caso di Aurora Livoli, questa modalità è spesso l’esito di una degenerazione rapida della relazione, in cui una situazione inizialmente non percepita come minacciosa evolve in aggressione fisica fino all’annientamento dell’altro.
Il comportamento successivo — abbandono del corpo e assenza di richiesta di soccorso — rafforza il quadro di responsabilità individuale piena.
Emilio Gabriel Valdez Velazco ha confessato l’omicidio di Aurora Livoli. L’uomo, interrogato giovedì mattina nel carcere di San Vittore dal pm Antonio Pansa e dalla collega Letizia Mannella, ha anche ammesso di aver abusato della diciannovenne. Lo ha riferito il suo legale, l’avvocato Massimiliano Migliara, aggiungendo che le ammissioni del suo assistito sono avvenute «in un quadro meramente indiziario».
Il 57enne ha riferito di non essersi reso conto di averla uccisa se non il giorno dopo vedendo i servizi televisivi e ha rivelato di aver vegliato sulla ragazza «pensando fosse assopita»
L’uomo avrebbe raccontato di non averemai conosciuto prima la vittima. I due - secondo le sue parole -, dopo essersi incrociati e conosciuti quella stessa sera nella fermata della metropolitana Cimiano (dove ** ** il 57enne aveva appena tentato di rapinare una 19enne peruviana) si sarebbero incamminati insieme «per andare a prendere le sigarette». Poi il 57enne l’avrebbe seguita lungo via Paruta. Valdez Velazco l’avrebbe infine strozzata - come confermato dall’autopsia che ha constatato la frattura dell’osso ioide - mentre abusava della ragazza. Gli inquirenti stanno valutando se contestare all’uomo il nuovo reato di femminicidio.
«Io e mia madre non ci siamo mai accorte di nulla, non sapevamo fosse ritenuto pericoloso, non rientrerà più in questa casa», ha raccontato la figlia della compagna di Valdez Velazco, intervistata dalla trasmissione Ore 14 condotta da Milo Infante su Rai 2. «Con noi lui si è sempre comportato bene - ha detto la giovane -. Stava con mia madre da tre anni circa e da due convivevano, era tranquillo, le portava la spesa, la accompagnava al lavoro. Noi non conoscevamo i suoi precedenti, almeno non io, neanche quelli per violenza sessuale. Con noi non ha mai dato segnali di violenza. Quando è stato arrestato era con mia madre, stavano andando a prendere l’autobus, lo hanno preso lì. Non tornerà mai in questa casa», ha concluso la ragazza.

