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I 3 motivi per cui il Ghosting addolora più di un rifiuto

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Teresa Colaiacovo - I 3 motivi per cui il Ghosting addolora più di un rifiuto

Lasciare o essere lasciati è inevitabilmente doloroso, che si tratti di amore o di amicizia. Ma come si viene lasciati può fare la differenza, per l’entità del dolore provato e per le possibilità di elaborazione.
Una modalità di abbandono sempre più frequente, facilitata dai social media, è il cosiddetto ghosting, il «farsi di nebbia», sparire, come farebbe un fantasma (ghost in inglese vuol dire appunto fantasma).
È una dissoluzione del rapporto realizzata senza dare possibilità all’altro di chiedere spiegazioni e mettendo in atto un ostracismo che si oppone a ogni richiesta di ulteriore contatto.

 

«Si può ricorrere al ghosting nel tentativo di proteggere sé stessi» . «Nel timore che la persona abbandonata possa rispondere con una forte reazione emotiva, chi abbandona può tentare di evitare il disagio che ne conseguirebbe. Ma alle volte, al contrario, il ghosting deriva dal desiderio di proteggere la persona abbandonata, nella convinzione che un confronto diretto sarebbe più doloroso. Ma la letteratura scientifica, tra cui le nostre ricerche, suggerisce che questa percezione è errata: il silenzio crea maggiore incertezza e dolore più duraturo. Per le relazioni di breve durata o di scarsa serietà percepita, il ricorso al ghosting sembra essere maggiore, grazie anche alla mediazione tecnologica».

 

La ricerca, pubblicata sulla rivista Computers in Human Behavior, mostra per la prima volta con una metodologia sperimentale le differenze di reazione emotiva in chi viene lasciato attraverso il ghosting o con una modalità esplicita e condivisa.
«I nostri studi indicano che ghosting e rifiuto esplicito sono entrambi dolorosi, ma producono effetti diversi nel tempo. Dopo un rifiuto diretto, le persone provano emozioni negative, ma riescono più facilmente a elaborare quanto accaduto, perché il messaggio è più chiaro. Nel ghosting, invece, l’incertezza complica la comprensione della rottura e prolunga la sofferenza. L’assenza di comunicazione lascia spazio a confusione e rimuginio. La persona “ghostata” fatica a riconoscere che si tratta di un’interruzione intenzionale, attribuendola, ad esempio, a cause esterne o temporanee. Anche una volta capito come stanno le cose, dopo ripetuti tentativi di contatto ignorati, può avere difficoltà a dare un senso all’esperienza e voltare pagina. È come se lo stato di ambiguità lasciasse la ferita aperta».
La ricerca è stata realizzata non su racconti retrospettivi o su scenari immaginati, come fatto finora, ma con metodologia sperimentale e longitudinale che ha riprodotto un’esperienza di ghosting o di rifiuto esplicito, seguendo giorno per giorno le reazioni psicologiche alle diverse condizioni in relazioni non romantiche.
«In pratica, ai partecipanti è stato richiesto di interagire online per sei giorni in un primo studio, per nove giorni in un secondo studio, con un interlocutore che era un nostro collaboratore che al quarto giorno o spariva senza spiegazioni (ghosting), oppure comunicava esplicitamente di non voler più interagire (rifiuto esplicito) oppure ancora continuava a rispondere. Misurando quotidianamente emozioni, bisogni psicologici, valutazioni dell’altro e intenzioni comportamentali, abbiamo osservato l’evoluzione dinamica delle reazioni e del successivo recupero, superando i limiti dei metodi basati su ricordi o ipotesi».

 

Come bisogna quindi comportarsi quando l’altra o l’altro spariscono? Sicuramente è importante rispettare la sua libertà decisionale, ma per il resto non esiste una risposta psicologicamente più adeguata, valida per tutti.
«Alcuni studi hanno individuato modalità che sembrano più efficaci di altre nel favorire il recupero emotivo di chi è stato ghostato» . «In primo luogo, è opportuno cercare supporto sociale, parlando con persone care, per cercare di dare significato all’esperienza e sentirsi riconosciuti. Inoltre, si può razionalizzare l’accaduto, attribuendo il comportamento di rifiuto del ghoster alle sue caratteristiche e non al proprio valore personale, oppure alle dinamiche tipiche della comunicazione digitale. Questo può ridurre l’autocolpevolizzazione e favorire la ripresa. Nella pratica, per facilitare la chiusura psicologica si possono interrompere i contatti o eliminare i canali attraverso i quali si può continuare a vedere il ghoster, ad esempio, rimuovendone il numero di telefono o il contatto sui social network o sulle app di incontri. Al contrario, comportamenti quali cercare spiegazioni, monitorare i profili social del ghoster o tentare ripetutamente di ristabilire il contatto, aumentano l’incertezza e prolungano la sofferenza. È meglio prendersi cura di sé e guardare avanti, invece di cercare di capire a fondo cosa sia successo».

Perché si verifichi il ghosting c’è bisogno di due individui: chi esce dal rapporto senza dare spiegazioni e chi viene lasciato e cerca di capire cosa sia successo. Secondo l’uso dei termini inglesi, la persona che sparisce è definita «ghoster», quella che viene lasciata è chiamata «ghostee». Il ghosting non è esclusivo delle relazioni amorose, ma può verificarsi anche in quelle di amicizia, ed esiste anche un ghosting nel contesto professionale.
Le ricerche finora effettuate indicano che il ghosting è abbastanza frequente: tra il 28 e il 47% circa dei partecipanti agli studi osservazionali finora effettuati ha riportato di essersi trovato nella condizione di ghostee all’interno di una relazione sentimentale; circa il 38% si è trovato invece in tale condizione in rapporti di amicizia.
Il ghosting risulta particolarmente frequente tra le persone che usano siti di appuntamenti. Tra loro, chi ha fatto esperienza di ghostee arriva a essere l’85%, il che sottolinea l’importanza del ruolo giocato dalle piattaforme digitali in questo fenomeno.

 

Secondo una ricerca, primo autore Paolo Riva del Dipartimento di psicologia dell’Università Milano-Bicocca, chi si trova davanti all’ostracismo dell’altra/o risponde con un dolore paragonabile a quello fisico che comporta emozioni negative e la minaccia nei confronti di alcuni bisogni psicologici primari: di appartenenza; di mantenere un ragionevole livello di autostima; di percepire un certo grado di controllo nei confronti delle proprie interazioni sociali; di sentire che la propria vita è riconosciuta come significativa e meritevole di attenzione. Questo è un primo stadio.
In seguito, la persona cerca strategie per ristabilire livelli ideali dei bisogni minacciati, soprattutto attraverso comportamenti prosociali, antisociali e di ricerca della solitudine. È il secondo stadio, riflessivo.
Infine, se l’ostracismo persiste, si può arrivare a sentimenti di alienazione, depressione, impotenza e inadeguatezza: lo stadio della rassegnazione.

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