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La storia di “Angela”: ho amato un uomo senza sapere di essere l’amante

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Teresa Colaiacovo - La storia di “Angela”: ho amato un uomo senza sapere di essere l’amante

“Ho amato un uomo che non esiste. Questo è un trauma da cui ancora cerco di riprendermi. Non si è trattato di solo tradimento; mi ha mentito dal primo giorno. Al pensiero, ancora mi manca il fiato. Aveva una vita parallela”. A raccontare la sua storia di tradimento è Angela un nome di fantasia dietro il quale si cela un’insegnante di matematica di 36 anni.

Un incontro casuale

“Con Guido ci siamo conosciuti per caso in un locale.È stata una di quelle serate nate senza aspettative, in cui non pensi che possa succedere nulla di speciale. E invece è successo qualcosa che mi ha cambiato la vita… pensavo in meglio, e invece. Ci presentiamo, ci piacciamo. Parliamo a lungo, ridiamo, ci sentiamo subito in sintonia. Mi dice che si è trasferito per lavoro, che ha 38 anni,e per questo motivo viene qui spesso per stare con sua madre. Il giorno dopo ci siamo rivisti. È stato tutto molto naturale, tra noi, come se ci conoscessimo da tempo. E lui sembrava molto preso… mi cercava, mi scriveva, voleva vedermi. Non ho mai avuto la sensazione di essere l’altra. Quando è tornato dove lavorava abbiamo continuato a sentirci ogni giorno e così abbiamo portato avanti la nostra storia a distanza: ci vedevamo spesso, alternando weekend e fughe fuori città”.

 

Angela inizia a fare progetti di vita

“Mi fidavo di lui, perché non avrei dovuto? Guido mi raccontava della sua vita, del lavoro, dei suoi sogni. Mi diceva che stava ristrutturando casa e che per questo non poteva ospitarmi. Mi sembrava una spiegazione plausibile e non avevo motivo di sospettare altro. Era attento, premuroso, presente. Quando stavamo insieme mi sentivo al centro. Parlava di futuro e mi lasciava intendere che ci fosse spazio per noi. Io mi sono lasciata andare, senza pensare che potesse esserci qualcosa di nascosto. Credevo avessimo una storia”.

La scoperta del tradimento

“La verità su di lui è arrivata durante un fine settimana fuori, uno di quelli che in cui cercavamo di vivere al massimo ogni minuto assieme per poi salutarci e tornare alle nostre case e vite. Una sera cercavo il caricabatterie del telefono; Guido era sotto la doccia e io, non trovando il mio, ho aperto il suo borsone. È stato un gesto istintivo, senza malizia. Ed è lì che ho visto un altro telefono, era senza blocco e ho visto dei messaggi. C’era una donna che lo chiamava Giorgio e sembrava fossero molto molto intimi. Ho sentito il mondo crollarmi addosso. Quando è uscito dal bagno non sono riuscita a fingere. Gli ho chiesto spiegazioni, con il telefono in mano. A quel punto non ha più potuto mentire. Mi ha confessato tutto: il nome falso, la relazione parallela. Stava per sposarsi. Mi sono sentita tradita, mentre in realtà ero la sua amante! Senza saperlo, avevo anche rovinato il sogno d’amore di un’altra donna. Per giustificarsi mi ha detto che proprio alla fine di quel weekend avrebbe “vuotato il sacco”. Mi avrebbe detto la verità perché non riusciva più a mentire. Non gli ho creduto. Se non avessi trovato quel telefono, se non fossi stata io a scoprire la verità, avrebbe continuato a condurre le sue due vite parallele. Ne sono convinta. Il dolore più grande non è stato perdere lui, ma perdere l’idea che mi ero fatta di quella storia. Rendermi conto che mentre io costruivo un legame, lui recitava una parte. Mi sono sentita usata, ingannata, profondamente stupida. Ho ripensato a ogni dettaglio, a ogni parola, chiedendomi quanto fosse vero e quanto no. È successo da poco e fa ancora male. Non voglio più avere a che fare con lui e spero che non mi ricerchi mai più, perché non abbiamo più nulla da dirci”.

“Questa storia racconta una forma di tradimento particolarmente destabilizzante, perché ha a che fare con la manipolazione”. Angela non scopre “solo” di non essere l’unica, scopre che l’uomo di cui si era fidata non esisteva affatto. Quando il nome, la casa, la vita raccontata sono falsi, il trauma non colpisce soltanto il legame affettivo, ma anche il senso di realtà. Qui non c’è soltanto un uomo che tradisce, c’è una relazione che si rivela, retroattivamente, una messa in scena”, spiega la ** ** “Dal punto di vista psicologico, il dolore più profondo non è la perdita di Guido, ma la perdita della narrazione interna che Angela aveva costruito. L’idea di una relazione scelta, reciproca, autentica, un progetto emotivo che sembrava solido e, invece, non è mai esistito davvero. Ma in queste storie, spesso, chi inganna, riesce a farlo perché è molto abile nel costruire una presenza affettiva apparentemente coerente. Guido non è distante, non è sfuggente, anzi, è premuroso, costante, coinvolto. Ed è proprio questo che rende la menzogna più credibile.Inoltre, le mille domande che assillano la mente e il senso di vergogna (“sono stata stupida”) che Angela prova sono, certamente, comprensibili, ma è importante, però, chiarire che la fiducia non è ingenuità, bensì è una funzione sana, che diventa vulnerabile solo quando incontra la menzogna strutturata dell’altro. Qui non c’erano segnali evidenti ignorati, ma una realtà deliberatamente falsificata. Le spiegazioni sulla casa, sulla distanza, sull’impossibilità di ospitarla, sembravano confermare un’autenticità del legame, apparendo, infatti, come giustificazioni plausibili dentro una relazione sentita come vera. Per questo, il momento della scoperta è così traumatico, perché avviene per caso, in un contesto di intimità e quotidianità. Un gesto innocuo diventa l’atto che spalanca una realtà parallela, in cui Angela realizza di non essere stata la compagna, ma “l’altra”, senza saperlo. Il suo bisogno, poi, di ripercorrere ogni dettaglio, ogni parola, ogni ricordo è certamente un tentativo adattivo della psiche di rimettere ordine, di capire dove finisce il vero e dove inizia il falso. È una fase dolorosa, ma comprensibile, perché quando la realtà viene riscritta all’improvviso, la mente cerca appigli per ricostruire una narrazione che abbia senso. Col tempo, però, sarà importante che Angela possa smettere di interrogare ossessivamente il passato e iniziare, invece, a riportare lo sguardo su di sé, su ciò che ha sentito, desiderato, investito, e che resta autentico indipendentemente dalle bugie dell’altro. Il lavoro emotivo necessario ora non è ricostruire cosa fosse vero di lui, ma ricostruire il proprio senso di integrità, fiducia, separando la responsabilità della menzogna dalla propria capacità di amare. Il fatto, poi, che Angela riconosca che il dolore maggiore sia la perdita dell’illusione lo trovo un passaggio cruciale; significa che sta già iniziando a elaborare il lutto non per la persona, ma per la storia immaginata. Le propongo, quindi, di ripartire da qui, nel rispetto dei suoi tempi emotivi, per costruire una nuova possibilità di affidarsi, più consapevole, ma non per questo più chiusa”.

 

 

 

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