Il fascino dell’investigazione, la sete di risposte, l’esigenza di trovare ordine al caos. Quando chiudiamo una storia sono queste le sensazioni che rendono implacabile la tentazione di prendere il telefono, che è sempre vicino a noi, e fare i detective o gli espositori universali delle nostre vite. Un clic ed è fatta. L’infinito è davanti a noi.
È capitato a tutti: soprattutto quando si è più giovani. Si analizzano like, follower e following, foto e video vengono vivisezionati ad arte o pubblicati strategicamente per dare un’immagine di sé pensata e studiata, quella che vogliamo arrivi. Una fatica immane in un momento in cui le energie dovrebbero essere rivolte altrove, nell’estremo atto di coraggio dello stare. Stare nel dolore, con noi stessi e nel vuoto.
E poi c’è l’intelligenza artificiale. Ci affidiamo all’algoritmo per trovare una logica, traduciamo il dolore in numeri e parole composte da un robot che, in fondo, ci accoglie sempre e ci dà le soluzioni che vogliamo. Ma allora la interpelliamo perché cerchiamo l’amica (non amica) poco sincera che ci dice ciò che vogliamo sentirci dire? Oppure perché le risposte che cerca un cuore in subbuglio vogliono essere trovate nell’immediato, all’interno di un momento di tremenda tristezza dentro il quale non sappiamo rimanere per più di 5 minuti contati?
La fine di un amore è un momento di smarrimento e vuoto e i tempi moderni offrono strumenti e piattaforme che possono placare gli animi in sofferenza, ma - spoiler - trattasi di un’anestesia.
L’illusione della dopamina e dell’immediatezza ci sollevano, tirandoci un colpo basso, dal compito più faticoso, che è un dovere verso noi stessi: imparare a stare. Poi fanno anche un altro danno: ci privano di un valore di cui dovremmo tornare ad agevolarci, quello dell’invisibilità.
Qui di seguito ci sono delle domande che spesso mi vengono fatte durante le sedute alle quali provo a rispondere in maniera schietta… (è importante tener conto che queste sono solo stralci di risposte, ma che dietro c’è sempre un lavoro fatto sulla persona)
come si sopravvive alla fine di una storia?
«Non si sopravvive. Ti danno tutti il loro rimedio, le attività alternative. Quello imbattibile è “vinci l’ozio e spezzerai l’arco di cupido”, il metodo di Ovidio. Darsi da fare sì, funziona vagamente, distrarsi anche. Ma i modi per non pensarci non esistono. Perché quelli sono pensieri che si pensano da soli. Tremendi. Servirebbero la pillola della rassegnazione, la pillola recupero-fiducia-nell’umanità, la pillola per non detestare tutti, uno per uno, chi capita a tiro, la pillola per funzionare fisicamente, la pillola per non far preoccupare i figli quando sei così triste, la pillola per la voglia di uscire, la pillola anti “sono tutti uguali, fanno schifo”, la pillola per credere al prossimo che t’invita a cena, e anche la pillola per non diventare lamentosi e sarcastici. Non ci sono. L’amore infelice appartiene a quelle categorie di cose che rispondono alla regola “ce l’hai e te lo tieni
Poi nei tempi moderni qualcosa aggrava tutto il percorso: i social. Il continuo scroll per spiare la vita dell’altro o mostrare la propria. Che impatto hanno nella fine di una storia?
«I social sono diabolici. Ti danno l’illusione del controllo, e può succedere che una mattina trovi, messa a caso, una storia del tuo ex con un’altra persona. Non era mai stato così, penso alla me stessa che aveva vent’anni, sarebbe stato troppo per quelle spalle. E un po’ li capisco i ragazzi, oggi, terrorizzati dalle relazioni. Ci credo: con l’incubo dietro l’angolo. Oggi non hai più il vantaggio del Novecento: l’oscurità. Tu potevi non sapere niente di loro e loro di te. Impossibile, adesso. Troppe telecamere intorno. Abbiamo invaso le vite degli altri e loro stanno nella nostra. Quindi devi fare presto. È Darwin applicato alla sciagura sentimentale: non il più forte, ma il più veloce a dimenticare oggi è quello che sopravvive.
Controllo, sospetto, potere: 3 concetti legati proprio all’investigazione social. È importante lasciarli andare?
«Importante sì. Possibile no. Bisognerebbe essere capaci di ignorare la curiosità, il bisogno di sapere. Bisognerebbe avere potere sulle nostre piccole ossessioni sentimentali. E magari nelle giornate buone ci riesci, ma non conterei su quelle forze ininterrottamente. Si è parecchio deboli, quando siamo feriti. Sai quello stato d’animo favoloso del pieno controllo sulle sciagure sentimentali, specie quelle degli altri? È quando non ci sei dentro, che è facilissimo. Pretendersi lucidi da innamorati somiglia a nuotare nella gelatina: non vai avanti di un centimetro, e continui a non capirci niente. Con l’amore è conoscenza intermittente, diceva il francese, Proust. Esperienza che non sopravvive alla presenza del sentimento. Quando sei dentro al disastro ci sono poche soluzioni, la meno irrealistica è cercare di distrarsi e dirsi: va bene, vediamo almeno di limitare i danni. E stare fermi.
Nel continuare ad utilizzarli bisognerebbe attuare qualche strategia?
«Si dovrebbe avere delicatezza, ma è una delicatezza che non si può pretendere. Chi conosci che è così attento e generoso da pensare: meglio non postare niente per non urtare nessuno? Quando stiamo bene diventiamo tutti il narcisista di qualcun altro: ci interessa solo la nostra felicità, e degli altri poco importa. Pensiamo che se la caveranno in qualche modo, e che non possiamo occuparci delle sensibilità di chiunque».
Poi c’è l’AI… migliore amica di molte persone che la interpellano per trovare risposte…
«Leggevo da qualche parte che l’anno scorso il primo utilizzo della AI era risultato quello del sostegno psicologico. L’app amica, insomma. E questo ci dice più di noi che di lei. L’AI serviva a sveltire il lavoro inutile, ora le abbiamo appaltato il “come sto?”. A un transistor di rame e plastica. Me lo ricordo, dieci anni fa, quando guardavamo Her, il film in cui Joaquin Phoenix si innamorava del Bot. Ci siamo detti “no, ma a quello non ci arriviamo, non siamo così matti”. Mi pare che stiamo arrivando invece un po’ dappertutto. Già con i social abbiamo visto la malattia della relazione immaginaria. Difficile sfuggire al morbo collettivo: innamorarsi a penna, vedendosi pochissimo. Sentendosi pure pochissimo. Era il raffreddore del millennio, è toccato a tutti. Oggi addirittura potresti conoscere qualcuno, chattare, e quel qualcuno ti scrive messaggi bellissimi, ma glieli suggerisce l’AI. Dal vivo non mette due parole in fila. È un’insidia».
Cosa si guadagna tornando alla realtà e abbandonando l’AI e i social?
«Abbiamo tutto da guadagnarci. Ma la domanda è: è possibile? Tutta questa storia dei social, è davvero reversibile? O appartengono al nostro nuovo modo di vivere insieme?».
La domanda: “Perché non riesco a togliermi quella persona dalla testa?”. Ecco, credo che chiunque avrebbe bisogno di leggere questo passo di Alta Fedeltà di Nick Hornby: “Appena ho visto Laura fuori dal negozio ho capito assolutamente, senza nessun dubbio, che la desidero ancora. Ma questo probabilmente dipende dal fatto che è lei a rifiutare me. Se potessi indurla ad ammettere che c’è la possibilità di rimetterci insieme, le cose mi sarebbero più facili: se posso andare in giro senza sentirmi ferito, e impotente, e infelice, riesco a tirare avanti anche senza di lei. In altre parole, soffro perché lei non mi vuole; ma se arrivo a convincermi che un po’ mi vuole ancora, allora starò di nuovo bene, perché a quel punto sarò io che non la vorrò più, e potrò cercarmi un’altra”. Facilissimo, anche se è uno dei massimi sistemi sentimentali, e impossibile da scrivere meglio di così».

