Carla ha 30 anni ed inizia un percorso con me perché non sa cosa fare del suo futuro, dice di avere paura di sbagliare e di fare altri errori sia dal punto di vista lavorativo che sentimentale.
Nel suo gruppo amicale si sente isolata, abbandonata perché dice che nessuno la capisce e riguardo alle relazioni sentimentali ha talmente paura di essere abbandonata o rifiutata che tende a prendere le distanze da chiunque sembra le si avvicini.
Con lei inizio a parlare delle ferite che ci portiamo dall’infanzia.
-
Hai bisogno dell’approvazione di tutti?
Questo bisogno viscerale di essere vista e accettata è in realtà una disperata ricerca di sicurezza che ti è mancata nelle fasi cruciali dello sviluppo.
Se sei cresciuta imparando che l’amore era un premio per la tua “bravura”, oggi vivi nella prigione della pertormance, convinta che il tuo valore dipenda esclusivamente dal consenso altrui.
La bambina in te sta ancora cercando di meritarsi uno sguardo di approvazione che non è mai arrivato gratuitamente, rendendo ogni interazione sociale una prova d’esame estenuante.
-
Interpreti ogni silenzio come abbandono?
Per chi ha vissuto l’instabilità o l’assenza emotiva, il silenzio non è mai pace, ma il presagio di una fine imminente.
Un messaggio che tarda o un cambio impercettibile nel tono di voce attivano un’iper-vigilanza
traumatica: la tua mente inizia a cercare freneticamente cosa hai fatto di “sbagliato” per meritare quel distacco. È il riflesso di una bambina che ha imparato che l’amore può sparire senza preavviso, lasciandola sola nel vuoto dell’incertezza e dell’insicurezza.
-
Minimizzi sempre il tuo dolore?
“Non è niente”, “C’è chi soffre di più”, “Sono esagerata”: queste frasi sono le sbarre della cella in cui hai rinchiuso i tuoi bisogni per non disturbare chi ti stava intorno.
Da piccola hai imparato che le tue emozioni erano un “di più”, un fastidio o un peso per gli adulti, e così hai iniziato a fare gaslighting a
te stessa.
Oggi continui a negare la validità della tua sofferenza, convincendoti di dover essere grata per le briciole emotive e temendo che chiedere il pasto intero sia un atto di presunzione.
-
Ti senti responsabile delle emozioni altrui?
Se qualcuno che ami è triste o arrabbiato, senti il bisogno fisico di intervenire per riportare la calma, come se fossi tu la causa del suo malessere.
È il riflesso di una bambina cresciuta troppo in fretta (parentificazione), che si è fatta carico della stabilità emotiva dei genitori per garantirsi un ambiente minimamente vivibile.
Porti ancora oggi sulle spalle il peso del clima emotivo di chiunque ti circondi, dimenticando che non sei tu la custode della felicità del mondo, ma solo della tua.
-
Hai paura della tua stessa rabbia?
Quando senti la rabbia salire, la soffochi immediatamente perché la percepisci come una forza distruttiva che potrebbe farti perdere tutto.
Da piccola ti è stato insegnato che le
“bambine buone” non si arrabbiano e che mostrare dissenso portava all’isolamento o alla perdita dell’affetto.
Così, oggi trasformi la tua rabbia sacra in tristezza impotente o stanchezza cronica, perdendo la capacità vitale di mettere confini sani e di proteggere la tua integrità di fronte alle ingiustizie.
Con Carla inizio un percorso che cerchi di aiutarla a dare un nome alle sue emozioni, a darle il valore che meritano… spesso insieme facciamo delle sedute in cui lei mette in atto dei copioni che spesso le capita di vivere e prova a mettere in scena come avrebbe voluto reagire e magari in quel momento le è mancato il coraggio.
In sintesi del nostro percorso direi I tuoi blocchi di oggi sono le tue difese di ieri, in un mondo che non ti vedeva.
Ma oggi puoi essere l’adulta di cui avevi bisogno: puoi finalmente
posare questi pesi.
Prendi quella piccola per mano e rassicurala: il pericolo è passato per sempre.
Inizia a darle tu, ora, tutto l’amore e la cura che ha aspettato per una vita intera.

