Carlotte (nome di fantasia) ha 16 anni e frequenta il terzo anno di liceo. Vive con i genitori in una piccola città di provincia. È riservata, studia con impegno, non crea problemi. Da fuori la sua vita sembra normale. Dentro, però, da tempo si accumula una sofferenza che fatica a trovare parole.
Ilaria è attraversata da emozioni intense e improvvise. Rabbia, tristezza, senso di vuoto. A volte arrivano senza un motivo chiaro, altre volte basta poco perché esplodano. Un commento da parte dei genitori, un voto più basso del previsto, una frase di un’amica interpretata male. La tensione sale e sembra ingestibile. Il corpo si irrigidisce, la testa si riempie di pensieri confusi, la sensazione è quella di perdere il controllo.
Quando la tensione diventa insopportabile, Carlotta cerca un modo per fermarla. Scopre così che farsi male sul corpo, per qualche istante, la fa sentire meglio. Inizia con dei piccoli tagli alle braccia e alle gambe. Il dolore fisico è immediato ma anche delimitato. A differenza di quello interiore ha un inizio e una fine. Non è un desiderio di morire. È un tentativo di ridurre una sofferenza che non riesce ad arginare.Con il tempo quei gesti diventano più frequenti. Non perché le diano piacere, ma perché, a loro modo, funzionano. Per pochi minuti la tensione cala, la mente si svuota, il caos interno si placa. Poi arrivano sempre vergogna e senso di colpa.Ilaria nasconde il corpo, controlla che nessuno veda, sceglie con attenzione cosa indossare. Anche d’estate mette felpe e camicie a maniche lunghe. Ogni segno diventa qualcosa da coprire, da tenere segreto. Tutte le volte si ripromette che sarà l’ultima. Ma quando le emozioni tornano travolgenti, l’idea di ferirsi riappare come una soluzione facile, rapida e a lei familiare. Poco alla volta Carlotta si sente intrappolata in un meccanismo che la spaventa e che, allo stesso tempo, le dà sollievo perché è l’unico modo per tirare avanti. In famiglia appare chiusa e distante. Passa sempre più tempo in camera, parla poco. I genitori notano un cambiamento, ma non riescono a comprendere cosa stia accadendo. A scuola non si vede nulla di evidente. Carlotta è presente, educata, silenziosa. E proprio per questo il suo dolore resta invisibile.
Dai suoi compagni si sente distante. Porta addosso un segreto che la fa sentire diversa, fragile, sbagliata. Teme il giudizio, di essere fraintesa. Così tace, mentre la sofferenza cresce. Quando finalmente riesce a parlarmi, scopre che quello che le capita succede a molti altri compagni, invisibili come lei e ha un nome: autolesionismo. Capisce che non è una ricerca di attenzione né un segno di debolezza. È una strategia, per quanto dolorosa, che l’aiuta a regolare le sue emozioni troppo intense. Nel percorso di aiuto impara gradualmente a riconoscere ciò che sente, a tollerare il disagio senza ricorrere al dolore fisico.
Il cammino è lungo e non lineare. Ci sono ricadute, esitazioni, momenti di scoraggiamento. Ma Carlotta comincia a capire che il dolore può essere condiviso e che chiedere aiuto non è una colpa. Passo dopo passo costruisce strumenti nuovi per prendersi cura di sé e attraversare le emozioni senza ferirsi.
L’autolesionismo non suicidario riguarda moltissime ragazze e ragazzi anche giovanissimi ed è un comportamento in costante crescita che consiste nel procurarsi intenzionalmente ferite al proprio corpo senza l’intenzione di togliersi la vita. Nella maggior parte dei casi questi gesti hanno la funzione lenitiva di ridurre e controllare emozioni molto intense, come rabbia, tristezza, senso di vuoto o una indefinibile tensione interiore.
Dal punto di vista clinico è spesso legato a difficoltà di regolazione emotiva e alla fatica di riconoscere ed esprimere ciò che si prova. Come nel caso di Carlotta, il dolore fisico, immediato e ben delimitato, può attenuare temporaneamente il disagio emotivo, dare una sensazione di sollievo e di controllo. Questo meccanismo, però, tende a rinforzare il comportamento e a favorirne la ripetizione in un circolo vizioso difficile da fermare.
In adolescenza, l’autolesionismo può associarsi a disturbi dell’umore, d’ansia o del comportamento alimentare, oppure a una vulnerabilità emotiva. È importante distinguerlo dal comportamento suicidario, tenendo presente che rappresenta sempre un segnale di sofferenza psicologica che merita attenzione e valutazione.
Il trattamento si basa su interventi psicoterapeutici e, nei casi più gravi, farmacologici che aiutano i ragazzi a controllare i propri impulsi distruttivi e maturare strategie efficaci per riconoscere, tollerare e gestire le emozioni negative, trovando modalità alternative e più sicure per esprimere il disagio. Riconoscere precocemente e intervenire adeguatamente riducono, in genere, la possibile cronicizzazione del comportamento e favoriscono un migliore benessere emotivo e relazionale.
BIBLIOGRAFIA
S.VICARI direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore

