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Il profilo psicologico di Piero Moriconi: il dolore di Mirko e Katy Andreoni

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Teresa Colaiacovo - Il profilo psicologico di Piero Moriconi: il dolore di Mirko e Katy Andreoni

Duplice omicidio premeditato. La frase che più di ogni altra rischia di segnare l’inchiesta è quella che Piero Moriconi avrebbe pronunciato poche ore dopo il duplice omicidio: “Ho pensato una ventina di giorni fa di uccidere entrambi”. È su questa ammissione, raccolta dalla pubblico ministero Elena Leone nell’immediatezza del fermo, che la Procura di Lucca fonda la contestazione della premeditazione nei confronti del 63enne accusato di aver ucciso la moglie Kety Andreoni, 52 anni, e il figlio Mirko, 24, con alcuni colpi di fucile davanti all’abitazione di famiglia a Pieve di Camaiore.

La giudice per le indagini preliminari Raffaella Poggi ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. Moriconi, che durante l’udienza si è avvalso della facoltà di non rispondere e avrebbe deciso di nominare un nuovo difensore, resta detenuto nel carcere di Lucca. La Procura gli contesta il duplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dal vincolo di parentela. Secondo gli inquirenti, il proposito sarebbe maturato almeno venti giorni prima della tragedia, dopo un intervento dei carabinieri e del personale sanitario che aveva portato al ricovero del figlio nel reparto di Psichiatria. Un episodio che, stando alle dichiarazioni rese dall’indagato subito dopo il delitto, avrebbe rappresentato un punto di non ritorno.

Nelle stesse dichiarazioni Moriconi ha descritto il figlio come una persona “ingestibile e violenta”, sostenendo che fosse seguito dal Sert per problemi di tossicodipendenza e abuso di alcol e che chiedesse continuamente denaro ai genitori. Ha inoltre riferito di essere preoccupato per l’omosessualità del giovane e ha accusato la moglie di tradimenti e violenze nei suoi confronti. Si tratta di affermazioni che fanno parte della sua versione dei fatti e che dovranno essere verificate nel corso delle indagini.

Resta infatti da chiarire uno degli aspetti centrali dell’inchiesta: se il 63enne avesse già imbracciato il fucile con l’intenzione di uccidere oppure se abbia preso l’arma durante l’ennesimo litigio familiare. Per la Procura, però, la pianificazione del delitto emergerebbe proprio dalla confessione iniziale dell’indagato, elemento ritenuto sufficiente per contestare la premeditazione.

Disarmante è la frase del padre: L’ho fatto perché andava fatto”. È da questa frase, messa a verbale davanti agli investigatori, che emerge la prima ricostruzione fornita da Piero Moriconi. Un figlio descritto come “violento, mi minacciava”, “chiedeva sempre soldi, lo ha fatto anche oggi, abbiamo litigato per questo e ho sparato a lui e a mia moglie”, “Mirko aveva problemi di tossicodipendenza ed alcolismo. Era ingestibile”. Così, dopo l’arresto, Piero Moriconi, il 63enne di Camaiore che ha ucciso la moglie Kety Andreoni, 52 anni e il figlio Mirko 24 anni, all’interrogatorio con la pm Elena Leone. L’uomo, difeso dall’avvocato Giacomo Fabbri, sull’omosessualità del figlio ha detto solo di esserne “preoccupato”. “Dovevo tener nascosti i soldi in casa - ha detto -. E mia moglie voleva andare via e lasciarmi con lui”.

Ragazzi, è brutto pensare che un padre ti preferisca morto che gay». Il messaggio è del 12 ottobre 2022. Mirko Moriconi da Pieve di Camaiore, figlio unico di Kety e Piero, operaio, aveva 20 anni quando scrisse quelle due righe su un social. Due terribili righe. Parole pronunciate dal padre nell’onda della rabbia, parole non pensate davvero? Ma Piero Moriconi l’altro giorno ha ucciso davvero il figlio, e anche la moglie: con il fucile da caccia. Poi si è seduto in giardino e ha aspettato i Carabinieri. «Dovevo farlo», ha detto, calmo. I conoscenti parlano dell’ostinato rifiuto paterno della omosessualità del figlio. Ora il ragazzo voleva operarsi per cambiare sesso. Forse questo ha scatenato la furia in quella casa? Ma, se il figlio davvero se lo è sentito dire, quel «ti preferisco morto che gay» era già una sentenza. Anche le parole possono uccidere. L’essere totalmente rinnegato da tuo padre o da tua madre è qualcosa che può uccidere dentro.

E cerchi di immaginarti, in quella casa in una Toscana incantevole, la storia di un figlio. La gioia alla notizia dell’attesa, il fiocco azzurro alla porta, la festa con tutti i parenti. Piero Moriconi aveva quasi 40 anni allora, forse quel figlio lo aveva lungamente desiderato. Un bel bambino, la mamma pazza di lui, le domeniche al mare, i castelli di sabbia. Tutto come doveva essere. Il padre andava fiero del suo maschietto. Poi, appena all’inizio dell’adolescenza, un’ombra. «Perché stai tanto allo specchio? Perché badi tanto ai vestiti? Gli uomini non badano a queste cose». Il figlio silenzioso si allontana e si rifugia dalla madre, la fierezza del padre si incrina. Ormai è certo: e non lo sopporta, suo figlio no, suo figlio non può. Cominciano a dirlo, in paese. Che vergogna.

Poi è un malessere che si fa ossessione, parole che si depositano in casa, pesanti. E il ragazzo esasperato si palesa apertamente, si fa i selfie vestito da donna, col mascara sulle ciglia, col rossetto. Sembra che gridi: «Questo sono io. Amami lo stesso». Invece, «Meglio morto, che gay… ». Come si fa a dire parole simili a un figlio? Mentre leggo di Camaiore mi arriva sul cellulare la foto di un nipote di 18 mesi, colto in pigiama mentre addenta una brioche. Ma della immagine mi bloccano gli occhi, grandi, scurissimi: fissano la mamma con una gioia, uno stupore che non so descrivere. L’amore per la vita, il desiderio di bene, c’è tutto in quelle due stelle nere. Forse perfino un principio di inconscia gratitudine? A due anni un nostro figlio, vedendo il mare per la prima volta, era corso ad abbracciarmi. «Ma Pietro, il mare non l’ho fatto io», gli avevo detto ridendo. Non capivo: lui era contento di essere al mondo, grato di averlo voluto. E penso con dolore che anche quel Mirko doveva essere così, vent’anni fa. Che doveva avere quegli occhi. Come tutti i bambini.

Ci si innamora degli occhi dei bambini, tanto con evidenza sono colmi di attesa e domanda. È naturale. E tuttavia, in questo meraviglioso innamorarsi può farsi largo un’insidia: quel bellissimo bambino, quell’angelo, è “mio”. L’ho fatto anche io quell’errore, lo vedo fare dai giovani genitori. In assoluta buona fede. «Lo abbiamo fatto noi, è nostro». Ma, se è “tuo”, da quel figlio pretendi che diventi come tu lo vuoi: che non deluda, non dimentichi, che compia i tuoi desideri. Il bene non è più del tutto gratuito. Un’ombra di delusione può farsi largo con gli anni fra le parole. Qualcosa si incrina. La pretesa tradita si fa amarezza. Ti abbiamo dato tutto e… C’è questo sentore, nel primo germe della tragedia di Camaiore. Un padre che aveva amato molto: ma amava il figlio che voleva lui. Quello che lo guardava con quegli occhi. E poi, invece. Che vergogna. No, non è possibile. «Meglio morto… ». I figli, bisogna imparare ad amarli. A stringerli a sé, ma non troppo forte. Non sono “nostri”. Se li guardate bene appena nati poi, come venuti dal nulla e già uomini, è evidente il Mistero. Non li abbiamo fatti noi. Ci sono stati affidati. La loro libertà non sta nelle nostre ambizioni, nei nostri progetti. Ci chiedono di imparare ad amare gratuitamente. A volte tutta la vita ci vuole, per imparare.

 

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