Il profilo di chi somministra veleno, noto storicamente come venefico, è spesso associato a figure che agiscono nell’ombra, caratterizzate da premeditazione, controllo e, talvolta, manipolazione psicologica. Storicamente e criminologicamente, l’avvelenamento è considerato un’arma subdola, spesso scelta per eliminare nemici, rivali in amore o persone scomode.
Ecco gli elementi chiave del profilo:
- Premeditazione e Pazienza: A differenza di altri crimini violenti, l’avvelenamento richiede pianificazione. Chi somministra veleno spesso agisce con calma, somministrando la sostanza nel tempo (avvelenamento graduale) o in un momento preciso, studiando le abitudini della vittima.
- Manipolazione e Controllo: Il venefico opera spesso in contesti relazionali stretti (familiari, affettivi o lavorativi), sfruttando la fiducia della vittima. L’uso del veleno permette di mantenere un certo controllo sulla vittima stessa.
- Profilo Psicologico: Spesso si tratta di individui manipolatori, narcisisti o con tratti sociopatici, che non affrontano direttamente la vittima ma preferiscono agire in modo nascosto e “invisibile”.
- Astuzia e Scelte Razionali: Chi utilizza il veleno spesso cerca di simulare cause naturali o accidentali per sviare le indagini. L’utilizzo di sostanze di difficile rilevazione dimostra una certa pianificazione.
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Contesto Attuale (Esempi): Cronache recenti, come il caso di Giulia Tramontano, hanno mostrato l’uso di veleno per topi (topicida) somministrato in modo prolungato, evidenziando una chiara premeditazione e l’intenzione di uccidere lentamente la vittima.
In sintesi, chi somministra veleno è una figura che predilige la subdola eliminazione rispetto allo scontro diretto, agendo con fredda pianificazione.
Il mistero di un delitto è più intricato e intriso di segreti quando l’arma usata è il veleno. Prima di tutto perché subdoli, raffinati quanto infiniti sono i modi di somministrarlo. Si va dall’invio ad un rivale in amore di un pacco con assaggio promozionale di un nuovo analcolico, che in quanto nuovo non rende sospetto il sapore amaro dato dalla stricnina (il famoso delitto del bitter di cui fu vittima Tino Allegri), all’ombrello-fucile con cui un agente segreto sparò una pallottola di ricina (tossina di origine vegetale che deriva dalla pianta del ricino) al dissidente bulgaro Georgi Markov.
Il veleno è inoltre sinonimo di mistero perché sfugge ad ogni definizione, è impossibile classificarlo in maniera esaustiva, individuarlo come categoria merceologica. O che mai dunque è veleno? Tutto è veleno, e nulla è di veleno privo. La dose sola fa tale cosa o talaltra velenifera: pietanza o bevanda se assunte in maniera smodata sono letali, scriveva Paracelso, agli inizi del Cinquecento. Parole illuminanti che ancora oggi i tossicologi forensi tengono a mente ogniqualvolta vengono interpellati dai medici legali per individuare la causa di omicidi dalle ferite invisibili. Basti pensare che addirittura l’ossigeno, fonte di vita del corpo umano, si può trasformare in uno strumento di morte, come ha dimostrato Sonia Caleffi, l’infermiera che ha ucciso 12 anziani nell’ospedale di Lecco praticandogli iniezioni massicce di aria nelle vene.
Una questione di dosi, quindi. Lo riconferma l’etimologia stessa della parola farmaco, dal greco pharmakon, che significa al tempo stesso veleno e medicina: ciò che può uccidere può anche guarire e viceversa, dipende dalla quantità. L’arsenico viene usato nella profilassi della leucemia, così come la belladonna, l’erba cattiva dei Borgia, è stata riabilitata dall’omeopatia quale potente antifebbrile. E viceversa barbiturici, ipoglicemici e morfina sono i medicinali più frequenti per esecuzioni capitali, suicidi e avvelenamenti “familiari”.
Il serpente in famiglia
È infatti principalmente tra le mura domestiche che si aggirano i demoni delle tossine, i miscelatori di micidiali cocktail di farmaci. Rassegnando gli ultimi sei anni di cronaca nera italiana, gli omicidi per avvelenamento sono tutti perpetrati dai familiari delle vittime. Spesso ultimi tragici atti di lunghe e disperate convivenze con chi soffre di disagi psichici e fisici.
I dati ci dicono che sono casi rari, 25 dal 2000 ad oggi, una media di 3,5 l’anno, e rappresentano la percentuale più esigua all’interno della graduatoria di cause omicidiarie: per maneggiare il veleno ci vuole perizia e abilità molto più che per maneggiarIl caso della morte di madre e figlia a Campobasso assume contorni sempre più drammatici e inquietanti. Le due sono state uccise col veleno, ma da chi e perché? Nel frattempo, dalle prime indagini, emerge che nel sangue del marito sopravvissuto non ci sarebbero tracce di ricina. Ma i campioni saranno risaminati.
È ancora tutta da chiarire la tragedia di Antonella Di Ielsi e della figlia 15enne Sara, morte avvelenate con la ricina a Pietracatella (Campobasso). Gli inquirenti sono in attesa dei risultati dell’autopsia e dei test tossicologici per confermare la presenza del veleno e la pista dell’omicidio premeditato. Intanto Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, cambia avvocato e si affida a Vittorino Facciolla, consigliere regionale e suo amico di lunga data. “Non esiste nulla delle storie che raccontano, questa narrazione che corre sta distruggendo me e mia figlia”, avrebbe detto Di Vita.
Mentre vanno avanti gli interrogatori di parenti, amici e conoscenti, le indagini sul giallo di Pietracatella sono in una fase di attesa.
Da chiarire anche se ci sono tracce del potente veleno nel sangue di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che era stato ricoverato in via precauzionale allo Spallanzani di Roma senza accusare sintomi evidenti.
Il responso definitivo dovrebbe arrivare in settimana alla procura di Larino, che indaga per duplice omicidio.
Gli inquirenti sono in attesa anche della relazione completa sulle autopsie condotte sulle due vittime, che dovrebbe venire depositata entro la fine di aprile.
Stando alle prime indiscrezioni riportate da Repubblica, dagli esami sarebbe emerso un quadro che contrasterebbe in parte con la pista dell’avvelenamento da ricina.
I primi rilievi sui tessuti avrebbero evidenziato una necrosi solo parziale, localizzata nel pancreas: non in tutti gli organi, come ci si aspetterebbe con l’ingestione di ricina.
Stando alle prime indiscrezioni riportate da Repubblica, dagli esami sarebbe emerso un quadro che contrasterebbe in parte con la pista dell’avvelenamento da ricina.
I primi rilievi sui tessuti avrebbero evidenziato una necrosi solo parziale, localizzata nel pancreas: non in tutti gli organi, come ci si aspetterebbe con l’ingestione di ricina.
Intanto Gianni Di Vita cambia avvocato: via l’ottantenne penalista Arturo Messere, al suo posto Vittorino Facciolla, consigliere regionale ed ex segretario molisano del PD.
Sull’avvicendamento è nato un piccolo giallo, come ricostruito dal Corriere della Sera: Messere ha detto di aver lasciato l’incarico, mentre secondo Facciolla sarebbe stato lo stesso Di Vita a volere il cambio per una necessità di avvicendamento tecnico.
Un cambio di rotta che non sottintende alcuna variazione nello status dell’ex sindaco di Pietracatella, che figura al momento come parte offesa nell’inchiesta.
Nel rivolgersi a Facciolla, suo amico di lunga data, Di Vita avrebbe chiesto aiuto nel proteggere la sua famiglia in questo momento difficile, sotto i riflettori di media e social.
“Non esiste nulla delle storie che raccontano, questa narrazione che corre sta distruggendo me e mia figlia”, avrebbe detto, secondo quanto riporta Repubblica.
“Sono molto amico di Gianni da tanti anni e ho deciso di accettare il mandato perché è una persona che stimo moltissimo, tra le migliori che abbia mai conosciuto, assolutamente adamantina, che si ritrova al centro di unanarrazione incredibilmente spiacevole“, ha detto Facciolla al quotidiano.
“È un uomo molto provato che deve reggere al dolore di vedersi additato come il possibile responsabile della morte di moglie e figlia”.

