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I 3 perché continuiamo ad amare chi ci fa soffrire

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Teresa Colaiacovo - I 3 perché continuiamo ad amare chi ci fa soffrire

Hai presente quando ti ritrovi a rileggere una chat vecchia, piena di promesse non mantenute, silenzi, risposte viste e mai arrivate… e nonostante tutto senti ancora quella fitta allo stomaco? O quando un amico ti dice “meriti di meglio” e tu lo sai, lo capisci, ma dentro senti comunque un legame fortissimo con quella persona che ti ha fatto a pezzi? Ecco, è qui che entra in gioco la domanda scomoda: perché continuiamo ad amare chi ci fa soffrire: la spiegazione psicologica che nessuno ti dice.

La cosa importante da capire è che non sei “masochista”, non sei “senza dignità” e non è nemmeno vero che “ti piacciono solo le relazioni tossiche”. Quello che provi non è casuale, non è un difetto del tuo carattere: dietro c’è un meccanismo mentale molto più profondo di quanto sembri.

Partiamo dal cervello, che è un tipo un po’ strano. Lui non è programmato per cercare la felicità, ma per cercare sicurezza. E per “sicurezza” non intende per forza qualcosa di sano, ma qualcosa di prevedibile. Se in una relazione ti abitui al tira e molla, ai silenzi, agli sbalzi di umore, a quella sensazione di “oggi mi ama, domani chissà”, il tuo cervello registra tutto questo come “normalità”.

Ogni volta che finalmente arriva un messaggio, un “mi manchi”, una carezza dopo giorni di gelo, scatta una mini ondata di piacere. È un po’ come se il cervello dicesse: “Visto? Ce l’abbiamo fatta, la minaccia è passata”. In psicologia si parla spesso di ricompense intermittenti: non ti arriva affetto sempre, ma ogni tanto, a caso. Ed è proprio questo “a caso” che ti incastra.

È lo stesso meccanismo delle slot machine: non vinci ogni volta, ma quando succede è una botta fortissima. Nelle relazioni tossiche avviene qualcosa di simile: più soffri nell’attesa, più ti sembra speciale il momento in cui quella persona torna dolce, anche se dura pochissimo. E così inizi a confondere l’intensità con l’amore.

Qui arriva il pezzo che spesso nessuno dice davvero: molti dei nostri incastri affettivi non iniziano con quella persona specifica, ma molto prima. Non c’entra per forza avere una famiglia “disfunzionale” in senso pesante. A volte basta essere cresciuti con genitori molto occupati, emotivamente freddi, instabili o imprevedibili.

Se da bambino per avere attenzione dovevi impegnarti tantissimo, essere “bravo”, non dare problemi, oppure se l’affetto arrivava a giorni alterni, potresti aver imparato che l’amore funziona così: lo insegui, lo meriti, lo aspetti. Non lo ricevi e basta.

Così, quando da adolescente o da adulto incontri una persona che ti fa sentire costantemente in bilico, non ti sembra strano. Ti sembra familiare. Non piacevole, ma familiare. E il cervello, di nuovo, preferisce il familiare al sano. Perché continuiamo ad amare chi ci fa soffrire: la spiegazione psicologica che nessuno ti dice è proprio questa connessione invisibile tra il presente e le prime forme di affetto che abbiamo conosciuto.

 

E qui arriva il punto “wow”, quello che spesso fa scattare qualcosa dentro. Molte volte non siamo innamorati solo della persona in sé, ma della versione che abbiamo in testa di quella persona. Siamo legati alla possibilità che cambi, che “prima o poi capirà quanto valgo”, che un giorno sarà finalmente come all’inizio, quando sembrava tutto perfetto.

In pratica, ci si innamora di un film mentale: il giorno in cui smetterà di ferirmi, il giorno in cui ammetterà di aver sbagliato, il giorno in cui mi metterà finalmente al primo posto. E intanto, nel presente, ci sono lacrime, ansia, notti a controllare l’ultimo accesso e tentativi infiniti di “far funzionare le cose”.

Il paradosso è questo: resti perché speri. E ogni piccolo gesto carino, ogni “scusa, ero solo incasinato”, ogni serata in cui sembra tutto bellissimo, diventa una prova che “forse ci stiamo arrivando”. Anche se poi, puntualmente, si torna al punto di partenza.

 

Se ti ritrovi in tutto questo, la prima cosa da fare non è giudicarti. È renderti conto che stai seguendo un copione che non hai scritto tu, che probabilmente hai imparato osservando, vivendo, adattandoti.

Capita a tantissime persone di restare incastrate in storie che fanno male proprio perché all’inizio sembrava amore vero, o addirittura “il più grande amore della vita”. Uscirne non è questione di forza di volontà pura, ma di consapevolezza: iniziare a vedere i meccanismi, chiamarli per nome, riconoscere quando ti stai aggrappando alla speranza e non alla realtà.

A volte parlarne con qualcuno di esterno, che sia un amico lucido o un professionista, aiuta a rimettere a fuoco le cose. Non perché qualcuno ti debba dire cosa fare, ma perché poter raccontare tutto senza sentirsi giudicati fa già una differenza enorme.

Alla fine, l’obiettivo non è smettere di amare, ma imparare a non confondere l’amore con il dolore. E capire che quella parte di te che continua ad attaccarsi non è ridicola: è solo una parte che, finora, ha conosciuto più mancanze che sicurezza. E che può, piano piano, imparare qualcosa di diverso.

 

 

 

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