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Il “profilo psicologico” di Belen Rodriguez ci somiglia un po?

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Teresa Colaiacovo - Il “profilo psicologico” di Belen Rodriguez ci somiglia un po?

Al di là delle antipatie o simpatie che può suscitare il personaggio Belen Rodriguez, al di là della chirurgia estetica che spesso si sovrappone alla “chirurgia etica”…

Quello che si ripropone è che La salute mentale è ovunque. Nei podcast, nei social, nelle interviste delle celebrity, nei libri, nelle campagne pubblicitarie. Parliamo continuamente di ansia, burnout, depressione, attacchi di panico, terapia, vulnerabilità. Eppure, basta osservare quello che è accaduto in questi giorni attorno aBelén Rodríguez per capire che forse non abbiamo davvero imparato a stare davanti alla fragilità degli altri. Perché il problema non è parlare di salute mentale. Il problema è capire quale sofferenza siamo davvero disposti ad accettare.

Perché il caso Belén Rodríguez fa discutere?

Il caso Belén Rodríguez ha riaperto il dibattito su salute mentale, fragilità emotiva e giudizio social. Il tema centrale è la difficoltà collettiva di accogliere il dolore psicologico quando smette di essere controllato o “presentabile”.

La fragilità ci piace solo quando resta controllata

In un articolo pubblicato su la Repubblica, la filosofa Michela Marzano scrive che viviamo tutti, in modi diversi, “sull’orlo di una crisi di nervi”, ma che guai a mostrarlo davvero. Ed è forse questa la contraddizione più profonda del nostro tempo. Da un lato abbiamo trasformato la vulnerabilità in un linguaggio pubblico. Dall’altro continuiamo a tollerarla solo finché resta ordinata, comprensibile, quasi elegante.

Accettiamo il dolore quando sa raccontarsi bene. Quando diventa confessione controllata, testimonianza consapevole, narrazione emotiva che non mette troppo a disagio chi guarda. Finché la sofferenza resta “presentabile”, allora ci piace persino. La chiamiamo autenticità. Ma quando il dolore smette di essere gestibile e diventa reale, opaco, scomposto, cambia tutto. Scatta il giudizio, persino l’insulto. Il rispetto si trasforma in aggressione e toglie dignità (anche a chi aggredisce, naturalmente).

Il dolore vero non è mai fotogenico

La sofferenza psicologica reale raramente è lineare. A volte confonde. Disorganizza. Toglie lucidità. Può alterare il comportamento, il linguaggio, le emozioni. Persino l’espressione del viso e la postura. Può far perdere il controllo della propria immagine pubblica. Ed è proprio questo che oggi sembra diventato insopportabile.

Quando qualcuno crolla pubblicamente, il web reagisce spesso con una velocità impressionante: sarcasmo, fastidio, ironia, sentenze definitive. “È finita”. “È impazzita”. “Si è rovinata”. Come se la fragilità fosse accettabile solo finché rimane invisibile. O almeno ben gestita.

La salute mentale non è una performance

Negli ultimi anni il benessere psicologico è diventato quasi una forma di performance contemporanea. Bisogna stare bene. Essere centrati. Fare yoga, meditazione, respirazione, detox digitale, mindfulness. Gestire lo stress. Ottimizzare il sonno. Essere emotivamente consapevoli.

Tutto questo può essere utile, naturalmente. Ma esiste anche un effetto collaterale culturale: l’idea che il disagio sia sempre qualcosa che possiamo controllare individualmente, purché ci impegniamo abbastanza.

Come se bastasse organizzarsi meglio per non crollare mai. Ma il dolore psichico non funziona sempre così. Ci sono momenti in cui una persona non riesce più a “funzionare”. Momenti in cui il corpo e la mente smettono di collaborare con l’immagine efficiente che il mondo si aspetta da noi. E forse è proprio questo che ci spaventa tanto.

La paura di riconoscerci negli altri

Nel suo articolo, Michela Marzano scrive una cosa molto vera: spesso il giudizio verso chi vacilla serve soprattutto a rassicurare noi stessi. Perché ciò che ci inquieta davvero non è la fragilità dell’altro. È la possibilità di riconoscerci in quella fragilità.

Il confine tra equilibrio e cedimento è molto più sottile di quanto ci piaccia credere. Quasi tutti viviamo in una condizione di sovraccarico permanente. Ci si sente sempre stanchi, siamo iperconnessi, emotivamente saturi, costantemente esposti alla pressione di dover funzionare.

E allora vedere qualcuno che non riesce più a reggere incrina una convinzione collettiva molto rassicurante: quella secondo cui il controllo sarebbe sempre possibile.

Avere rispetto non significa idealizzare qualcuno o trasformarlo in simbolo. Significa ricordarsi che dietro ogni crisi esiste una persona reale. Una persona che magari sta attraversando qualcosa che noi non conosciamo fino in fondo. Forse la vera maturità emotiva non consiste soltanto nel parlare di salute mentale, ma nell’imparare a non trasformare immediatamente la fragilità degli altri in spettacolo, diagnosi o condanna. Perché tutti, prima o poi, attraversiamo momenti in cui avremmo bisogno non di giudizio, ma di delicatezza e solidarietà…..

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