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Profilo del marito di Federica Torzullo: l’analisi criminologica

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Teresa Colaiacovo - Profilo del marito di Federica Torzullo: l’analisi criminologica

È una confessione articolata, arrivata dopo giorni di silenzio. Claudio Agostino Carlomagno, accusato dell’uccisione della moglie Federica Torzullo, 41 anni, ha ammesso le proprie presunte responsabilità nel corso dell’udienza di convalida del fermo davanti al giudice per le indagini preliminari di Civitavecchia.

La confessione

Un interrogatorio durato oltre sei ore, durante il quale l’uomo ha ricostruito, secondo la sua versione, quanto sarebbe accaduto la mattina del 9 gennaio 2026, all’interno dell’abitazione di Anguillara Sabazia, Roma, dove la coppia viveva insieme al figlio. La Procura contesta a Carlomagno i reati di femminicidio e occultamento di cadavere.

Il movente

Alla base del delitto, secondo quanto riferito dall’indagato e riportato dalla Procura, vi sarebbe una separazione ormai inevitabile. I due coniugi - pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto - si erano già rivolti a legali per definire modalità e conseguenze della rottura, dall’abitazione all’affidamento del bambino. Carlomagno ha raccontato di una separazione inizialmente consensuale, poi diventata terreno di scontro.Il nodo centrale, sempre secondo la sua versione, sarebbe stato il timore di perdere il rapporto quotidiano con il figlio. Una prospettiva che, a suo dire, avrebbe innescato una reazione”d’impeto””, nel momento in cui la mogliegli avrebbe prospettato l’affidamento prevalente del minore. Un movente che la Procura definisce ancora da verificare.

La lite e il femminicidio

Secondo il racconto reso al gip, la mattina del 9 gennaio 2026 la discussione sarebbe scoppiata intorno alle 6.30. Federica si trovava in bagno quando il confronto verbale si sarebbe trasformato in una colluttazione.

Carlomagno ha dichiarato di aver afferrato un coltello presente nel bagno, utilizzato abitualmente per piccoli interventi domestici. Lì avrebbe sferrato due coltellate. L’esame autoptico ha, però, rilevato 23 ferite da arma da taglio, alcune delle quali inferte anche quando la donna era morta. Un dato che, per gli inquirenti, merita ulteriori approfondimenti. L’aggressione, sempre secondo la versione dell’indagato, si sarebbe consumata in un arco temporale inferiore a un’ora.

Cancellare le tracce

Dopo l’uccisione, Carlomagno ha riferito di aver pensato al suicidio, salvo poi decidere di occultare il corpo.

La salma sarebbe stata avvolta in teli e asciugamani e caricata in auto. Secondo quanto emerso dalle indagini, l’uomo avrebbe trasportato il corpo nel deposito della ditta di famiglia. Qui avrebbe tentato di bruciare i materiali utilizzati per coprire la donna; le fiamme, sempre secondo la sua ricostruzione, avrebbero raggiunto accidentalmente anche il cadavere, rendendolo in parte irriconoscibile. Un passaggio che la Procura guarda con particolare attenzione, anche alla luce dei segni di ustione riscontrati sul corpo.

Nelle ore successive al delitto, Carlomagno avrebbe cercato di mantenere una parvenza di normalità.

Ha ammesso di aver utilizzato il cellulare della moglie per rispondere a un messaggio della suocera, simulando una routine familiare. Il telefono sarebbe stato poi distrutto insieme agli abiti e ad altri oggetti. L’uomo avrebbe trascorso parte della giornata con i suoceri e nel pomeriggio avrebbe presentato denuncia di scomparsa della moglie.

Solo successivamente si sarebbe disfatto dell’arma del delitto, gettandola in un corso d’acqua lungo la Braccianese Claudia.

Agli inquirenti ha indicato il punto esatto, consentendo l’avvio delle ricerche.

Il corpo di Torzullo sarebbe stato, infine, sepolto in una buca scavata con un mezzo meccanico nel deposito aziendale. Secondo gli accertamenti medico-legali, la movimentazione del cadavere con l’escavatore avrebbe provocato fratture da schiacciamento, aggravando ulteriormente le condizioni della salma.

Le zone d’ombra

Nonostante la confessione, la Procura di Civitavecchia mantiene una posizione prudente. «Non siamo pienamente soddisfatti della ricostruzione», ha dichiarato il procuratore capo Alberto

Liguori, parlando di tempi troppo ristretti e di passaggi che “non tornano” Restano aperti interrogativi sulla possibilità di una premeditazione o di un aiuto esterno. «O c’è stato qualcun altro

- ha spiegato Liguori - oppure l’azione è stata preparata e realizzata in un arco di tempo estremamente breve». La difesa, affidata all’avvocato Andrea Miroli, sottolinea come Carlomagno non abbia mai tentato di sottrarsi alle proprie responsabilità e ha escluso il ricorso alla perizia psichiatrica. «È consapevole della della gravità di quanto accaduto - ha dichiarato il legale - e del dolore causato, in primo luogo al figlio».

Il procedimento giudiziario è solo all’inizio. Sarà il processo a stabilire in via definitiva responsabilità, dinamiche e aggravanti. Per ora restano una confessione, molte domande e una vicenda che continua a interrogare la coscienza collettiva.

Un crimine che presenta una configurazione tipica dei reati di prossimità, ma con un elemento specifico di rilievo criminologico: la presenza di una separazione in corso tra la vittima e il marito, poi fermato per omicidio.

“Nella letteratura criminologica e vittimologica, la fase di separazione reale e/o simbolica è riconosciuta come uno dei momenti a più alto rischio nelle relazioni conflittuali, soprattutto quando non è ancora stabilizzata sul piano non solo giuridico e abitativo ma soprattutto emotivo del partner”.

Il nodo critico: la separazione “non ancora reale”

Dal punto di vista criminologico, le separazioni più pericolose non sono quelle concluse, ma quelle intermedie: non ancora formalizzate; emotivamente ambigue; vissute come reversibili da una parte e definitive dall’altra. Una zona grigia spesso sottovalutata dalle vittime”.

La separazione non come causa, ma come fattore di attivazione

“È fondamentale chiarire un punto la separazione non è la causa del delitto, ma può funzionare da fattore di destabilizzazione in personalità che basano il proprio equilibrio sul controllo della relazione e sono incapaci di elaborare il No come dato definitivo.

Nel caso specifico, l’omicida ha vissuto la perdita del ruolo coniugale; la messa in discussione dell’assetto familiare e la conseguente percezione di perdita di controllo sull’altro.

Questi elementi, se presenti in modo cumulativo, possono attivare una risposta violenta non per l’abbandono in sé, ma per l’impossibilità di tollerare la ridefinizione del legame“.

Dinamiche, che in reati come i femminicidi, tendono a ripetersi, come le versioni contraddittorie fornite da Carlomagno e l’occultamento del corpo.

Le narrazioni raccontate dal coniuge risultano, secondo gli inquirenti, instabili e incongruenti. In criminologia questo dato non è solo investigativo, ma anche psicologico: segnala spesso una frattura tra realtà, controllo e costruzione narrativa, mentre l’occultamento del cadavere non risponde a un impulso improvviso, ma a una fase successiva di razionalizzazione. Indica la presenza di: consapevolezza dell’atto; tentativo di gestione del tempo e delle conseguenze; mantenimento, anche dopo l’omicidio, di una logica di controllo, Inoltre, il ritrovamento in un’area legata alla ditta di famiglia richiama un elemento ricorrente nei delitti domestici: la chiusura del sistema, dove vita privata e vita lavorativa si sovrappongono e riducono le possibilità di interferenze esterne.

Il caso di Anguillara non mostra, allo stato attuale, elementi di esplosività improvvisa, ma piuttosto la traiettoria di un conflitto che attraversa la separazione senza riuscire a trasformarsi”.

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