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Omicidio Tania Terrin. Profilo psicologico Dino Keber.

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Teresa Colaiacovo - Omicidio Tania Terrin. Profilo psicologico Dino Keber.

PROFILO PSICOLOGICO DINO KEBER

  1. Senso di possesso patologico: L’uomo non accettava la fine della relazione e considerava la compagna come una sua proprietà esclusiva.
  2. Ricatto emotivo e minacce di suicidio: Come rivelato dalla madre della vittima, Keber si era costruito un cappio con una corda e lo mostrava ripetutamente alla donna ogni volta che lei tentava di allontanarsi, per indurla a cedere per i sensi di colpa.
  3. Escalation di violenza: Caratterizzato da una progressione che andava dalle percosse reiterate nel tempo alle aggressioni fisiche finalizzate al soffocamento/strangolamento.

     

  4. Ciclo della violenza: Alternava momenti di estrema intimidazione a dinamiche in cui la vittima veniva indotta a perdonarlo, inserendosi nel classico schema di dipendenza psicologica e terrore.
  5. Trauma bonding

     

    Tania Terrin aveva già chiesto aiuto, invano. Ad aprile aveva denunciato l’ex compagno, Dino Keber, dopo che l’uomo aveva tentato di strangolarla. A giugno il questore di Venezia aveva emesso nei suoi confronti un ammonimento. Quattro mesi dopo, la sera di Ferragosto, la donna, 39 anni, è stata trovata morta nella sua abitazione di Camponogara, nel Veneziano. Strangolata, come secondo il progetto iniziale. Forse soffocata. E Keber, 43 anni, l’uomo che diceva di amarla, è stato trovato morto impiccato nella sua casa di Dolo. A ricostruire la sequenza degli ultimi mesi sono le informazioni raccolte da La Nuova Venezia. Dopo la fine della relazione, Tania aveva presentato una querela nei confronti dell’ex, corredata da un certificato medico, proprio per l’aggressione subita ad aprile. Ma quella, secondo quanto racconta la madre, non era la prima volta che Tania veniva aggredita: era la terza. Le prime due erano avvenute a casa di lui. In una circostanza le aveva fatto male a un timpano, in un’altra l’aveva graffiata. Poi, ad aprile, aveva tentato di strangolarla.

Tania aveva paura. Una paura abbastanza concreta da spingerla a chiedere aiuto più volte, a mettere nero su bianco ciò che stava accadendo, a cercare protezione anche intorno a sé. «Sette o otto volte siamo state dai carabinieri» racconta la madre, Marinella Forner. «Mia figlia l’ha anche querelato. Doveva starle distante ma poi al massimo dopo un mese ritornava a farsi vivo». La violenza era stata dunque segnalata più volte e, dopo l’aggressione di aprile, aveva portato anche a un provvedimento formale dell’autorità di pubblica sicurezza: a giugno il questore di Venezia aveva emesso un ammonimento nei confronti di Keber. Non è servito: «Ai carabinieri ho chiesto di dire alle donne che denunciano che si facciano la valigia, che lascino tutto, la casa e il lavoro e che spariscano. Perché non c’è altro modo di proteggere una donna che denuncia il suo ex compagno che la molesta» si sfoga disperata mamma Marinella.

Ma Tania non si era limitata a rivolgersi alle istituzioni. Aveva cercato anche di costruirsi una piccola rete di protezione anche nel luogo in cui viveva. Dopo l’aggressione aveva scritto nel gruppo WhatsApp del vicinato, accompagnando il messaggio con una fotografia di Keber: «Se viene questa persona non apritegli». Non era un avvertimento generico. Era la richiesta di una donna che temeva di trovarsi di nuovo davanti l’uomo dal quale aveva cercato di allontanarsi. A una vicina aveva raccontato di trovarselo «spesso sotto casa». Nei giorni successivi, però, la situazione sembrava essersi calmata e l’uomo non era più stato visto nei dintorni. È nella tarda serata di domenica che l’allarme è scattato. La madre di Tania aveva cercato di entrare in casa della figlia, senza riuscirci. Ha bussato alla porta, l’ha chiamata al telefono per verificare se fosse in casa e, non ricevendo risposta, si è rivolta ai carabinieri.

I militari sono intervenuti nell’abitazione di Camponogara. Dopo aver perlustrato gli appartamenti vicini, sono riusciti a raggiungere il balcone passando da quello di una vicina e sono entrati dalla finestra, che era aperta. All’interno hanno trovato Tania, ormai senza vita, sul divano. La porta d’ingresso non presentava segni di effrazione. Poco dopo è stato individuato anche il corpo di Keber, nella sua abitazione di Dolo. Le forze dell’ordine mantengono ancora riserbo sulla dinamica dell’omicidio e sui dettagli che hanno preceduto la morte della donna. Gli accertamenti dovranno chiarire anche la precisa successione degli eventi. La vicenda ha colpito profondamente il territorio. Tania era originaria di Vigonovo, il paese veneziano diventato negli ultimi anni uno dei luoghi simbolo della violenza contro le donne dopo l’uccisione diGiulia Cecchettin, assassinata nel novembre 2023 dall’ex fidanzato Filippo Turetta. A Vigonovo lavorava inoltre Giada Zanola, morta nel 2023 dopo essere stata gettata da un cavalcavia a Vigonza, nel Padovano. «La notizia della morte di Tania Terrin ci colpisce profondamente», ha dichiarato il sindaco di Vigonovo, Luca Martello. «Non possiamo ignorare che ancora una volta una donna ha perso la vita per mano di un uomo. Anche Tania, a quanto emerge, aveva già chiesto aiuto e denunciato una situazione che la preoccupava».

Il sindaco ha richiamato quindi la necessità di non considerare questi episodi come tragedie isolate: «Le istituzioni devono continuare a fare la propria parte, ma dev’essere chiaro che questa è anche una responsabilità che riguarda ciascuno di noi». La morte di Tania riapre il dibattito sull’efficacia delle misure messe in campo a tutela delle donne: che cosa accade quando una di loro segnala una situazione di violenza, ma la minaccia non si esaurisce con una denuncia o con un provvedimento? Cosa non ha funzionato?

 

 

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